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Non chiamatelo volontariato

"Quello che noi facciamo è solo una goccia nell’oceano,

ma se non lo facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno"

Madre Teresa di Calcutta

 

 

vo|lon|ta|rià|to   s.m.

 

1) il prestare servizio militare come volontario | estens., l’insieme del personale volontario;

2a) attività volontaria prestata in modo gratuito o semigratuito, per acquisire la pratica in una professione o in un lavoro, spec. nell’ambito universitario od ospedaliero;

2b) attività volontaria e gratuita a servizio di categorie di persone che presentano gravi necessità: fare v. nella Croce Rossa | estens., l’insieme delle persone impiegate in tale attività;

da http://www.demauroparavia.it

 

Il termine volontariato ha diverse accezioni, ma nell’immaginario collettivo il significato e il significante più permeato nella nostra cultura civica è senz’altro l’ultimo: il volontariato come attività libera e gratuita, spinta dalla solidarietà e dalla giustizia sociale, atta a tutelare le persone in difficoltà o in pericolo di vita. Il volontariato è un’organizzazione nata nel settore terziario caratterizzata dal non profit, ovvero senza fini di lucro o individuali, organizzata da individui che spontaneamente decidono di investire il proprio tempo in favore di chi ne ha bisogno. L’impegno non è vincolante e può essere prestato nella quantità e qualità che si ritiene opportuno, sia esso una semplice prestazione episodica o costante all’interno di un’organizzazione strutturata e autosufficiente. A livello giuridico è regolato in Italia dalla legge 266 dell’agosto 1991, definito dagli articoli 2-3 come “ogni organismo liberamente costituito” chiamato volontariato perché “deve intendersi come prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l’organizzazione di cui il volontario fa parte, senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà”. Inoltre, la legge 266 è l’unica in Europa a istituire strutture finanziate dallo Stato (i Centri di Servizi per il Volontariato, CSV), capaci di formare nuovi volontari e di offrire consulenza alle varie organizzazioni. Non solo, la legge 266 ha istituito un garante, rappresentato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, con il compito di monitorare le varie attività incoraggiandone la diffusione. Il volontariato, inteso come spontanea e insita volontà dell’uomo di far del bene alla società, ha radici antichissime. Già nel 200 d. C. si assiste alla formazione di concetto di solidarietà con il buddhismo, incline alla comprensione delle problematiche della collettività. E’ tuttavia con il cristianesimo che nasce e si diffonde il concetto di persona, inteso come individuo da difendere nella sua dignità umana perché portatore di quelle qualità intrinseche proprie dell’uomo. I valori etici, alla base del volontariato, prendono forma con le parole delle Sacre Scritture e corpo grazie all’azione degli ordini sacerdotali, propensi ad aiutare il prossimo. Ad oggi il volontariato vanta in Italia un bilancio molto positivo. Secondo i dati raccolti dall’Osservatorio nazionale, è in costante crescita la capacità operativa nonché le organizzazioni del settore, che sembrano prediligere la collaborazione con soggetti privati e pubblici. Inoltre sembra che il campo ecclesiale, da sempre colonna portante del volontariato, stia lasciando spazio ad associazioni di matrice laica, a testimonianza della partecipazione civica dei cittadini. Riguardo lo sviluppo logistico-produttivo, crescono le organizzazioni composte da associati e professionisti, a scapito di quelle sorrette da semplici volontari. Esistono vari modi di prestare la propria disponibilità in favore di quel sentimento definito da Kant “l’unico infinitamente buono al mondo”, la volontà buona. Infatti ciascuno di noi può prestare il proprio contributo plasmandolo secondo i propri impegni ed esigenze, e non necessariamente fare buone azioni coincide con una donazione monetaria, com’è tutt’oggi quasi un luogo comune. Le aree di servizio nelle quali poter collaborare sono vastissime. Dai campi di lavoro nel terzo mondo all’assistenza ad anziani, bambini e disabili presso centri e strutture appositamente organizzate; inoltre una valida nonché utile alternativa è rappresentata dal commercio equo solidale, attraverso cui è possibile fare beneficenza comprando gadget promossi dalle organizzazioni. Altro tipo di associazionismo volontario, meno sviluppato ma in espansione, consiste nella donazione di sangue, midollo osseo e organi. Il volontariato non vive dell’aiuto di tutti, perché fa leva – purtroppo - solo su una piccola parte della società. Vi sono tre tipi di cittadino: il qualunquista, l’intimidito e il sensibile. Ne è escluso il primo, reso insensibile da quell’anestesia chiamata indifferenza. Ne fa parte il solidale intimidito, spesso inibito dalla paura di ciò che implica la donazione, come una semplice puntura. Se però le varie associazioni esistono – in particolar modo le organizzazioni che si occupano della donazione di sangue o organi - è grazie al cittadino attento ai disagi sociali, disposto a impegnarsi per una giusta causa. I dati statistici dimostrano come il campo del volontariato sociale, inteso come partecipazione attiva in aiuto dei bisognosi, sia più sviluppata del volontariato cosiddetto scientifico, che si occupa di donazioni di organi o sangue. La maggioranza delle persone è infatti più propensa a offrire il suo tempo o denaro ma non, per così dire, il suo sangue. Questo perché frenato da tanti pregiudizi, leggende metropolitane e soprattutto dalla paura di privarsi di qualcosa di così “nostro”. Vi è il timore comune di poter danneggiare il proprio organismo e la propria efficienza fisica. In realtà ciò che rende speciale e sicuro il volontariato è la certezza che nulla di ciò che si elargisce, qualsivoglia esso sia, danneggia se stessi in modo irreparabile. Certo, alla stregua di venti euro, donare il sangue o il midollo osseo comporta piccoli sacrifici: così come il denaro offerto toglie spazio a qualche caffè, donare il sangue comporta sentirsi fisicamente spossati e impossibilitati dal fare attività fisica per l’arco della giornata. Lungi dal voler considerare la donazione di organi o sangue superiore alle altre tipologie di volontariato – poiché ciascuna di esse è meritevole e dignitosa in egual misura – credo che abbia una marcia in più rispetto alle altre, perché la donazione coinvolge la persona nell’intimo: è la necessità egoistica di rendersi utile per gli altri, il bisogno trascendente di poter immaginare il nostro sangue pompato da un cuore diverso dal nostro, il desiderio di regalare la speranza di vita a chi è ormai conscio di perderla. Donare è la più importante azione di solidarietà che non conosce confini nazionali, bandiere, limiti di spazio e tempo. E’ un gesto che migliora la nostra vita e quella degli altri: la nostra, perché soltanto sacrificando una parte di noi ne apprezziamo realmente il valore, e quella di chi ne ha bisogno, perché ci si aggrappa alla vita quando essa sembra sfuggirci. Qual è il reale freno a questa splendida etica? L’altra faccia della generosità, il bisogno interiore dell’uomo di far del bene agli altri per stare bene con se stesso, a condizione di non sacrificarsi in modo indelebile. Per tale motivo, si è più inclini a offrire ciò che si possiede in eccedenza, come il sangue o il denaro. Si è invece restii a perdere ciò che si ha nella giusta quantità e che in nessun modo – se non affetti da gravi malattie – si potrà recuperare, come un organo. La coscienza che non sia un semplice donare, ma un donarsi. Tuttavia, la donazione arricchisce la nostra quotidianità, regalandoci quella particolare sfumatura che ci fa godere e sorridere dei gesti di tutti i giorni. Ci gratifica moralmente, ci rende più disposti alla vita e agli altri, ci ricorda di non dimenticare che c’è chi sta peggio di noi. Tutto questo in cambio di una piccola donazione. Non saranno soldi, ma è patrimonio inestimabile dei valori della cultura civica dell’uomo. ...Avete ancora il coraggio di chiamarlo volontariato?

Paola Priola