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Ma che vogliono questi ragazzi?

Ma che vogliono questi ragazzi? Ho sempre vissuto con fastidio l’obbligo di presenza alle assemblee scolastiche non fosse altro che per il disagio della tensostruttura in cui si celebra il rito mensile dell’incontro degli studenti. Però sabato scorso (15 gennaio 2011) durante l’ultima assemblea, ho trovato due o tre cose sulle quali ho avuto modo di riflettere.

Gli studenti delegati al consiglio di istituto hanno presentato ai compagni una relazione, dettagliata nei contenuti ed efficace nei modi, su come essi stiano portando avanti le azioni riguardanti il progetto sulla sicurezza stradale.

Hanno illustrato con diapositive preparate ad hoc i particolari del concorso organizzato su questo tema; hanno proiettato un bel video, realizzato da loro stessi nella parte di protagonisti, che hanno presentato ad un concorso nazionale; hanno tenuto a precisare che, pur non avendo vinto, si sono piazzati ad un livello alto; hanno infine sollecitato i compagni ad una maggiore attenzione al problema; si sono indignati per l’uso improprio che un giornale locale ha fatto della foto del loro compagno scomparso in un brutto incidente lo scorso anno, biasimando la strumentalizzazione del media in questione. La conduzione del comitato dei delegati è stata inappuntabile sul piano della comunicazione, mutuata naturalmente dai modelli mediatici a loro più familiari.

Fin qui tutto bene. Il rito assembleare impone questa ouverture.

Dove i delegati hanno avuto da eccepire è stato un aspetto nodale e, per loro, deludente rispetto alla sceneggiatura posta in atto che sicuramente è costata parecchio impegno sul piano individuale e di team: non c’è stato il riconoscimento più congruo e atteso, vale a dire una bella e grande partecipazione di massa da parte di tutti i compagni: su circa novecento alunni, forse duecento sono state le presenze tangibili all’assemblea. E tra queste, forse una ottantina gli studenti seduti (per terra) ad ascoltare con apparente attenzione.

A me sono sembrate pure tanti in verità, avvezza come sono a presenziare ad assemblee di trenta-quaranta studenti quando va bene.

Ma evidentemente quella mattina le aspettative erano diverse.

E questo infatti è stato il primo punto di una impegnata discussione alla quale hanno preso parte attiva tre studenti, forse quattro, tra quelli che facevano la parte del pubblico.

Si è discusso: "Ma come mai c’è così scarsa partecipazione?" Ognuno ha detto la sua: "...scarso interesse, voglia di fare solo una vacanza...", qualche proposta: "...ma perché non ci riuniamo solo in classe?" e poi ancora "...sarebbe meglio che i rappresentati degli studenti si riunissero separatamente con i rappresentanti d’istituto" e così via. Ognuno ha tirato fuori una soluzione subito smontata da altre argomentazioni a favore della necessità della presenza diretta. Tutti hanno convenuto che non si può delegare ad altri la risoluzione dei propri problemi.

Interessante a questo punto mi è parso l’intervento di uno degli organizzatori dell’assemblea il quale ha ipotizzato una ragione che potesse spiegare la consistente e persistente assenza dei compagni dalle assemblee: non si tratta di disinteresse ai problemi prospettati e portati all’ordine del giorno, ha detto. Tutti i ragazzi sono d’accordo che sia cosa buona e giusta riunirsi e discutere sulle tematiche indicate, solo che, forse, la più parte degli studenti non le avverte come problemi a livello individuale. Sono solo argomenti che restano fuori dal sé e che non intaccano la sfera emozionale né quella dell’interesse specifico personale.

Il giovane in questione mi sembra abbia focalizzato con quattro parole, ciò che schiere di psicologi e sociologi vanno dibattendo in tutte le salse a livello mediatico.

Altra questione che ho trovato interessante: sono state proiettate alcune diapositive relative ai grafici che, con perizia e competenza, i delegati hanno preparato sull’esito di un questionario proposto a tutte le classi della scuola (uno per classe per il tramite, presumo, dei rappresentanti) su diversi problemi che erano stati sollevati nelle precedenti assemblee. In tutto otto-nove domande. C’è almeno un risultato che merita una qualche riflessione: alla domanda ’ Sei d’accordo che vengano richiesti dei distributori automatici e gratuiti di preservativi? ’ La maggioranza degli studenti, soprattutto quelli dei trienni, come è stato sottolineato, ha risposto No.

Ne deduco che neppure questa questione è avvertita come problema, per quanto intrinseca alle necessità dell’età e per quanto interesse abbia suscitato all’inizio dell’anno.

Un altro dato interessante è stato che, come ha puntualizzato il rappresentante d’istituto, una buona parte degli studenti non ha capito il questionario. Dal che deduco che non abbia dato risposte o le abbia date in modo inadeguato.

Né la questione relativa ai profilattici, né la mancata comprensione del questionario sono state avvertite come problema. La prima forse non rientra nella sfera di competenza di ciò di cui la nostra scuola normalmente si occupa, la seconda invece sì, ci rientra a tutto diritto/dovere. E ciò mi pare veramente preoccupante. Quali sono le ragioni di questa mancata comprensione? Disinteresse o mancanza di attenzione? O forse strategie di lettura inefficaci? Mi piacerebbe poterlo appurare. Mi è stato detto che sono state soprattutto le classi del biennio a non compilare o a compilare in modo errato tale questionario che nell’intenzione dei delegati doveva essere semplicissimo.

Perché questa indifferenza? Quali sono i problemi che gli studenti avvertono come tali? Forse solo quelli che li toccano nella loro sfera immediatamente privata e personale?

Essi percepiscono la loro vita sociale come positiva, la sfera delle loro relazioni appagante, non avvertono il futuro.

Mi sono chiesta infine se sbagliamo forse noi docenti a sollecitarli continuamente verso la problematizzazione a tutti i costi. Forse le ineluttabili necessità della vita li condurranno a quella consapevolezza che faticosamente a scuola tentiamo di fare loro acquisire? Quale speranza di successo abbiamo nella lotta contro il torpore mediatico che li rassicura mediante le continue proposte di modelli di successo non faticoso né difficile? Con quali strumenti possiamo intervenire? Infine cosa chiedono e vogliono veramente questi ragazzi?

Ecco, credo sia questo il punto disperante: non vogliono niente. Come facciamo a lottare contro questo niente?

Maria Rosa Giannalia 





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