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Carrasecare: il carnevale in Sardegna

Carrasecare, Carrasegare  o Carre ’e segare, con questa parola viene indicato il carnevale nelle regioni centrali della Sardegna, la Barbagia. Il significato di questa espressione è, letteralmente, "carne da tagliare", "squarciare". "Carre de secare" indica la carne viva che viene smembrata e ciò potrebbe far riferimento al sacrificio rituale di una vittima animale (un capro, un bue, un toro) che rappresenta il dio Dioniso o Maimone, in ricordo della morte della sua morte dio.
 
Tazenda, Carresecare per leggere il testo cliccare QUI
 
Il carnevale sardo è forse la festa più sentita in tutta la Sardegna, certamente per la molteplicità dei riti, delle cerimonie, delle maschere la più ricca e varia. Il carnevale sardo è solo superficialmente collegato al calendario liturgico, ma rimanda a epoche molto più remote e lascia intravedere un nucleo mitico, religioso e culturale precristiano e millenario. Culto misterico, maschera, travestimento, pantomima sacra, metamorfosi grottesca, rimandano a culti religiosi ancestrali.
Il carnevale inizia con il 17 gennaio, festa di sant’Antonio Abate che in Sardegna è ricordato come "Sant’Antonio de su fogu", una sorta di Prometeo sardo, è grazie a lui, infatti, che il fuoco, fu donato agli uomini. Con l’aiuto di un maialino e di un bastone di ferula Sant’Antonio rubò il fuoco dall’inferno e lo donò agli uomini, nascondendo una scintilla dentro il suo bastone di ferula. In memoria di questo evento ogni anno in Sardegna, la notte tra il 16 e il 17 gennaio, vengono accesi i fuochi rituali per rendere omaggio a Sant’Antonio, si calcola che siano almeno 65 i centri nei quali il secolare rituale del fuoco di sant’Antonio viene effettuato.
In alcune aree il carnevale ha i caratteri delle feste di fine anno legate ai riti agrari e tipiche dei culti misterici mediterranei di morte e rinascita della natura e della terra, dove un re o una regina vengono processati, condannati al rogo e bruciati (re Giorgio a Tempio Pausania, Cancioffali a Cagliari, Maimone in Ogliastra). In altri casi si tratta di riti e cerimonie equestri a carattere sacro e propiziatorio, talvolta di orgine medioevale e risalenti alla dominazione spagnola come la Sartiglia di Oristano che risale al 1358 o Sa carrela ‘e nanti di Santulussurgiu che risale al XVII secolo o, secondo altre fonti, sarebbe addirittura di origine medioevale (XII sec. circa)
In Barbagia si trovano le forme e cerimonie più arcaiche del carre ’e segare e sono legate a una molteplicità di maschere e rituali noti e meno noti, tra questi ricordiamo: i Mamuthones di Mamoiada, Sos Thurpos di Orotelli, i Mamutzones Samugheo, i Boes e Merdules di Ottana, Sos Tumbarinos di Gavoi, Urthu e Buttudos di Fonni, S’ Urzu e Sos Bardianos di Ulatirso, Sos Murronarzos, Sos Maimones e Sos Intintos di Olzai, Maimone ‘e Carrasecare su ziomo di Lodine, Su Bundu di Orani, Sos Colonganos e S’Urtzu di Austis, Su Thurcu e sa Maritzola, Capraro, Caprone di Ollolai, Sos Maimones di Oniferi, Sonaggios e s’ Urtzu di Ortueri.


Mamuthones e Issohadores di Mamoiada

Il significato di queste maschere e dei riti ad esse associate è incerto. La più conosciuta di queste maschere, quella del Mamuthones, ha dato luogo a interpretazioni e spiegazioni molto differenti: - secondo alcuni si tratterebbe di una cerimonia che ricorda la vittoria dei barbaricini sui saraceni - rappresentati dai mamuthones, presi prigionieri e fatti sfilare per festeggiare la vittoria; altri ritengono trattarsi di un rito totemico, uomini che si vestono da buoi o capri o tori o cervi e si identificano in essi; altri ancora vedono in essa una processione rituale di origine nuragica in onore di qualche divinità agricola - pastorale o ancora un rito di uccisione del vecchio o geronticidio, oppure, ancora una forma di regicidio rituale, collegato al ciclo della natura e del suo morire e rinascere.
Una delle ipotesi più interessanti è quella avanzata tra gli altri da Dolores Turchi secondo cui le maschere e i rituali barbaricini sarebbero frammenti fossili, tracce sopravvissute di un unico antico cerimoniale legato al culto di Dioniso, originariamente diffuso in tutta l’area del mediterraneo e la cui memoria sarebbe sopravvissuta solo in Sardegna. Il culto di Dioniso, introdotto in Sardegna secondo alcune ipotesi tra il XIII e il X secolo a.C., era tipico delle civiltà agrarie ed era legato alla ciclicità della natura e all’eterno ripetersi del suo ciclo di morte (inverno) e resurrezione (primavera). Le maschere del Carrasecare barbaricino sarebbero quindi tracce di cerimonie rituali con cui veniva rappresentata la passione e la morte di Dioniso, dio della natura, che muore viene fatto a pezzi per poi risorgere, attraverso la "danza zoppicante che rappresenta lo squilibrio deambulatorio tipico delle feste dionisiache" di vittime animali sostitutive che rappresentavano il dio e che vengono condotte al sacrificio.

S’Urtzu, Samugheo

 

Lo stesso termine "Carresegare", con cui viene chiamato il carnevale, ha il significato di "carne da tagliare, da fare a pezzi", e alluderebbe a quel momento del rito dionisiaco in cui la vittima veniva sbranata viva, in ricordo del sacrificio del dio. Per la studiosa anche i termini "mamuthone" e "maimone", così diffusi nel carnevale sardo, risalirebbero ai culti dionisiaci in quanto deriverebbero dai termini greci "maimatto" e "mainoles", che significano "pazzo", "furioso", "tempestoso", epiteti di Dioniso. Chi volesse approfondire questa interessante interpretazione può leggerne una sintesi cliccando QUI

Per scrivere questo articolo, oltre alle fonti già citate, sono stati consultati i seguenti siti:
www.contusu.it, il Carnevale in Sardegna
ciaosardinia.it carnevale in Sardegna
sardegnacultura.it carnevale in Sardegna  


 




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