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VI Edizione Concorso narrativa per ragazzi "L’ho scritto io" (3^ Parte)

 “La Bambolina”  3^ parte

Di Chiara Maxia

Una ragazza, in quell’attimo mi pareva di ricordare si chiamasse Alice, si avvicinò a me con fare da sinuosa smargiassa.
- ehi… Sunamòu o come ti chiami, mi è giunta voce che mi hai parlato male alle spalle. –
Mormorai qualcosa, che ora come ora non ricordo bene, ma doveva essere di certo un “no” a mezza voce. Altri ragazzi si avvicinarono.
- sì, me lo ha detto un mio amico, non negarlo! Non dire che non sei stata tu perché mi fido sicuramente più di lui che di una selvaggia negroide! –
I ragazzi intorno a quella si avvicinarono un po’ di più, con aria più minacciosa che mai.
- non dici niente? Vabbè, ci penseranno loro a insegnarti come ci si comporta… -
Quella Alice se ne andò. La seguii coi miei grandi occhi castani, ma non feci in tempo né a guardarmi intorno né a fare un passo indietro, per scappare in tempo da quella situazione, che sentì un sordo e doloroso colpo sulla spalla destra, così violento che mi fece cadere a terra.
Come mi trovai con le mani sull’asfalto tiepido ne ricevetti un altro più forte del primo e vidi che uno di quelli che dovevano essere gli amici di Alice mi aveva colpito col suo zainetto colmo di libri o comunque con qualcosa di duro e pesante.
Feci giusto in tempo a scorgerlo per un istante che mi parve lunghissimo per poi essere colpita ancora. E ancora. E ancora. Poi la mia testa si riempii delle loro voci sordide e minacciose.
- Prendi, sporca negra! Così impari a fare da brava! –
- Ti è servito a qualcosa il preservativo di ieri? O per cosa l’ hai usato! –
- Ritorna nella jungla e lascia in pace Alice, capito?! –
In quel momento non seppi se le lacrime che mi fuoriuscivano erano per il dolore fisico, o interiore, o per il fatto che un gruppo di irruenti maschi stesse picchiando una ragazza senza motivo o per l’ignoranza di quei trogloditi. Io ero di Kigali. Una città. La capitale di uno stato chiamato Rwanda. Ma di sicuro per loro il fatto che la mia pelle fosse diversa dalla loro significava che ero un’animale selvaggio di una foresta. In quel momento ero un oggetto, una bambolina nera da prendere come capro espiatorio. E il loro odio era profondo e snaturato, poiché non avevo fatto loro niente di male.
Alzai lo sguardo verso la piccola platea che si era radunata lì di fronte. Avevo la vista offuscata, quindi scorsi solo una ragazza bionda e minuta che mi guardava con aria preoccupata e turbata. Non le badai molto, poiché ero sicura che qualche parte del mio corpo stesse sanguinando.
Ebbi modo di accertarmene dopo il suono della campanella d’entrata. Per fortuna, oltre il dolore non avevo altri danni sul mio corpo. Per ora mi avviavo a passi lenti e testa bassa verso quell’aula, pregando che il mio cammino non finisse mai. Ma poi mi trovai di fronte a un ostacolo, o forse un’opportunità sui miei passi. Guardai intimidita dinanzi a me e vidi la ragazzina che ero riuscita a scorgere poco prima, durante i minuti più umilianti della mia vita.
- Ehi, scusa… -
Non risposi.
- Ti ho visto prima. Ho visto come ti hanno trattato… -
Non dissi ancora nulla, ma mi limitai a guardare nei suoi occhi azzurri in un viso seminascosto dai capelli.
- Mi chiamo Sara. Sono tornata in Italia da poco, perché alcuni anni fa i miei genitori andarono a lavorare negli Stati Uniti. All’inizio anch’io ero un po’ come te, anche se con me non sono arrivati a tanto… -
Adesso senza dubbio quella ragazza aspettava una mia risposta. Continuai a tacere, ma le feci segno con la testa di andare avanti.
-… so che è brutto. È spregevole e crudele. – continuò – e mi chiedevo se… - fece una pausa e deglutì. Poi concluse con un mezzo timido sorriso e una semplicità che non mi sarei aspettata: - …se vuoi essere mia amica… la porta è aperta. – e mi tese la mano.
Mi fermai un attimo, nella mia testa sicuramente più lungo di quanto apparve fuori. L’America, gli Stati Uniti. Lei veniva da lì, il paese che aveva mandato il mio in rovina, il libero mercato, il capitalismo. E dopo si era pure ambientata bene. Questo non era dignitoso.
Poi, dopo quel febbrile ragionamento, la mia mente ebbe un momento di disarmo. Un momento. Un attimo solo: era stata la nazione da cui proveniva che aveva fatto ciò, non certo lei. Dopo un istante, accettai quella mano, stringendola alla mia. Non volevo fare lo stesso stupido errore che quegli altri avevano commesso con me. Dopotutto, se non rispettiamo una compagna di scuola, come farà l’uomo a vivere in pace con se stesso e gli altri?  

Chiara Maxia

“La Bambolina”  1^ parte

“La Bambolina”  2^ parte





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