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VI Edizione Concorso narrativa per ragazzi "L’ho scritto io" (2^a parte)

 “La Bambolina”  2^ parte

- Bene… Buongiorno, ragazzi – cominciò la donna cerimoniosa. – sapete perché ci troviamo tutti qui, oggi? Per parlare di attualità, e specialmente di un problema che si annida sempre di più nel nostro paese dagli ultimi anni: l’immigrazione da parte di clandestini che cercano lavoro in paesi più fortunati di quelli da cui provengono. In Italia sono moltissimi, saranno milioni. Di certo tutti voi sarete informati sull’argomento, dal momento che i mezzi di informazioni sono pieni di notizie riguardanti ciò. –

La donna riprese fiato e contemplò l’aula colma di ragazzi dall’aria assente. Poi, senza badarci, riprese a parlare:

- Sono soprattutto albanesi, rumeni, arabi, negri, cinesi e slavi, che vengono qui da noi e cercano la speranza di una vita migliore. Ma gradirei sentire le vostre voci e le vostre opinioni in proposito, ed aprire una discussione. Avanti, chi vuole cominciare? –

Per qualche lunghissimo istante ci fu un silenzio tombale, così profondo da sentire il battito d’ali delle mosche che volavano nell’aria. I ragazzi erano svogliati e distratti fra loro. Io me ne stavo seduta nel mio posto stringendomi sempre di più nelle spalle.

- Allora, nessuno vuol dire qualcosa? Cosa pensate di questi extracomunitari? – sollecitò la professoressa.

Una ragazza che poco prima era impegnata a contemplare qualcos’altro di personale, mormorò qualcosa.

- Come, prego? – disse l’insegnante.

- …rubano a noi il lavoro. – disse un po’ più forte la ragazzina.

Mi sentii gelare fuori e ribollire nel cuore, mentre per mantenermi in forze respirai un paio di volte profondamente senza farmi sentire.

- questo è un punto di vista molto interessante… -

- Martha. –

- bene, Martha. Hai toccato uno dei tasti fondamentali della questione. Difatti molte persone sono fermamente convinte del fatto che… -

-… e impuzzolentiscono gli autobus! – si sentì la voce da lontano di un ragazzo che aveva gridato per suscitare le risate dei compagni e ci riuscì. Gli insegnanti non ci badarono più di tanto, e la professoressa riprese.

- …insomma, condividono la tua opinione. Qualcun altro in questa aula che la pensa allo stesso modo? –

Intorno a me diverse mani si alzarono, ma non quelle di tutti gli studenti. Respirai di nuovo profondamente.

- qualcun altro…? –

- sì! – si alzò un ragazzo da qualche fila dietro di me. – secondo me ognuno dovrebbe stare nel proprio paese. –

- sì, ma molte sono le persone che non hanno di che vivere o di che sfamarsi… vengono perché a stare nel loro paese di certo morirebbero. –

- questo non deve diventare un problema nostro! E anch’io son convinto che rubino il lavoro alla gente onesta! –

Sentii intorno a me dei lievi mormorii di assenso e mi strinsi le mani. Per la prima volta, avevo paura. Chiusi gli occhi per un istante e mi sentii assalire. Ma dov’ero? Mi sentivo come una prigioniera nell’antica Roma, condannata in pasto ai leoni.

Gli studenti continuarono ad intervenire. Mi pare che di sicuro ci fosse qualcuno che aveva esposto opinioni diverse dalle prime due, ma io non ascoltavo. Provavo a pensare ad altro, per alleviare il forte imbarazzo che mi saltava addosso, ma senza risultati. D’improvviso rammentai ciò che mi aveva detto la nonna qualche tempo prima, prima che arrivassimo in Italia: “Mi raccomando, Xainabu. Ricorda di affrontare tutte le situazioni di petto, qualsiasi e quanto difficili esse siano. Se il nemico ti ruggisce contro, tu ruggisci ancora più forte. Solo così non diverrai mai una schiava.”

Con un’energia e un coraggio che non erano per niente da me, specie in quel momento, mi alzai in piedi e mi torsi le mani ancora più intensamente.

- mi… mi scusi… - dissi piano attirando l’attenzione della professoressa. Questa fece un’espressione incomprensibile quando vide che la mia pelle era nera, ma coprì tutto strategicamente con un sorriso: - parla pure. –

- io… vorrei dire una cosa… -

Mi resi conto che l’attenzione generale si era spostata su di me, e non mi piacque affatto.

- … ecco, sì - continuai - … molte persone che viaggiano da altri paesi… ehm… io – io non sono convinta che seminino scompiglio tra i cittadini della nuova nazione… penso che sia una cosa ingiusta quello che molti pensano. –

Feci una pausa. Avevo ancora tutti gli occhi puntati addosso.

- va’ avanti. – disse la professoressa.

- e… e poi molti… voglio dire, vengono solo a cercare una vita nuova… e si spera migliore… in un’altra città e… in questo non c’è assolutamente nessuna cattiva intenzione verso gli Italiani. –

Le ultime parole mi uscirono di bocca rapidissime. Rimasi in piedi rigida come una salma, ma prima che potessi pensare che avevo fatto un grande errore a rivelarmi, toccando soprattutto gli Italiani, la professoressa si stava già rivolgendo agli altri studenti, perché probabilmente aveva intuito che sarebbe stato imbarazzante continuare a trattare l’argomento con me. Aveva sicuramente afferrato che ero io protagonista dell’argomento.

Ma continuò, anche se pur ignorandomi.

-… e non c’è da dimenticare che molti di loro fanno lavori umili, che di sicuro un italiano non farebbe mai: vendere accendini sulla spiaggia, fare assistenza agli anziani, lavare le scale… -

- Professoressa! E per non parlare dell’altissimo tasso di prostitute di colore! – esclamò forte una ragazzina.

- oh, senza il minimo dubbio… -

- Amanda. –

- Amanda. Certo, sono moltissime. –

Queste parole mi fecero male. Molto. Anche se mi ero rimessa a sedere, mi sentivo ancora osservata e sentii in maniera amplificata dentro la mia testa le risatine attorno a me che provenivano da alcuni ragazzini.

Cercai di distrarmi pensando ad altro sinchè non finii il seminario. Poi all’uscita mi diressi verso il cancello molto più in fretta degli altri, anche se rimanevo sempre in fondo.

Infatti non ci arrivai. O meglio, non tutta intera.

Alcuni ragazzi della classe mi guardavano e ridacchiavano. Cercai di non badarci, o almeno ci provai. Forse il discorso dell’insegnante ad alcuni aveva fatto effetto, specie quello riguardante la prostituzione. Infatti, di lì a poco qualcosa mi colpì in faccia e ricadde per terra.

Lo fissai. Un lungo e viscido palloncino bianco.

- così è sicuro che non fregherai il lavoro onesto all’Italia! – mi sentii gridare da dietro. Camminai molto più velocemente, quasi correndo, sinchè non arrivai a casa, dove scoppiai in lacrime lasciandomi cadere sul mio letto.

Arrivò mia madre e accarezzandomi i capelli mi chiese cosa fosse successo.

Le raccontai tutto, e come prevedevo mi consolò a suo modo:

- oh, cara ,noi siamo fortunate! Fortunate che siamo riuscite a venire qui! Fortunate che siamo vive e vegete! Fortunate perché non siamo più a Kigali! –

Ma fortunate per cosa? Avevamo poco da mangiare, vivevamo in tre stanze ed ero appena stata condannata per il resto dei miei giorni in quel posto!

Tutto questo non era giusto.

Arrivò la notte e mi addormentai. Ma per fortuna o per grazia ebbi un lungo sonno senza sogni.

Puntuale arrivò il giorno dopo. Mi recai a scuola, consapevole mio malgrado che avrei vissuto una brutta mattinata. Chiamatelo istinto o come volete voi, ma io sentivo sotto la mia delicata pelle che non avrei dovuto essere lì, quel giorno.

Ma di lì a poco sperimentai l’atrocità della giornata anche sulla pelle, e non solo sotto.

fine 2^ parte

“La Bambolina” 1^ parte

“La Bambolina” 3^ parte





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