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La moralità di una scelta economica

  <<< torna al 1° articolo              “Vivere è scegliere” Scritti di libertà   

  

Il libro di Sergio Ricossa, a cura di Paolo Del Debbio (Fondazione Achille e Giulia Boroli, 218 pagg.) appartiene alla collana Homo Sapiens, “dedicata ai giovani” per “affrontare con loro […] quelle problematiche complesse che l’attualità impone con forza”.

Il titolo non inganni il lettore: in questo libro non si trova alcun riferimento al Catone che per la libertà morì guadagnandosi l’immortalità nelle pagine della Commedia dantesca; non si parla della libertà poeticamente vagheggiata dalla letteratura, ma piuttosto di quella pragmaticamente difesa dalla dottrina liberale. L’obiettivo del libro è subito chiarito: “Essendo divenuto il richiamo al pensiero liberale piuttosto di moda, esso è usato, spesso abusato, da appartenenti a varie parti politiche, sia di destra sia di sinistra”. Non sempre però è una fede abbracciata per convinzione; secondo Del Debbio oggi molti si dicono liberali in seguito alla sconfitta dei modelli alternativi, in particolare socialismo e comunismo. Si propone quindi di chiarire cosa significhi essere liberale oggi, attraverso una raccolta di scritti di Sergio Ricossa, economista “liberale, liberista e libertario” da una vita.
Quella liberale non è una scelta meramente economica. Alla sua base sta una scelta morale, quella dell’atteggiamento dell’individuo di fronte alla realtà. Esistono due categorie di uomini: il perfettista crede nel mondo perfetto verso il quale la storia tende se ben guidata; l’imperfettista invece ritiene questa prospettiva una lotta contro la realtà e cerca invece di accettarla e costruire un mondo migliore, non perfetto; per fare ciò il capitalista procede per tentativi, assumendosene i rischi: investe senza essere sicuro dei profitti. Per poter autodeterminarsi, egli chiede ampie libertà negative, ovvero una ridotta coercizione da parte dello stato. La libertà dell’uomo va tutelata per responsabilizzarlo e mettere nelle sue mani lo sviluppo della società attraverso le proprie scelte economiche e morali. “Non c’è morale senza responsabilità e non c’è responsabilità senza libertà”. Questa scelta risulta ovviamente la meno comoda, perché la pianificazione statale lascia il posto alla libera concorrenza, che spinge costantemente all’innovazione e quindi al progresso. La società liberale è rischiosa e dinamica, il successo è ottenuto con abilità e fortuna. Chi non le ha preferisce un sistema che gli assicuri la stabilità economica: il socialismo.
La concezione ricossiana del liberalismo ricorda molto da vicino quella fichtiana della filosofia idealista. Il filosofo tedesco la sostenne sminuendo il concorrente modello meccanico-deterministico. Pose la questione sul piano personale; affermò che la filosofia che si sceglie dipende dall’uomo che si è: un carattere fiacco, votato all’edonismo e al dogmatismo non potrà mai elevarsi all’idealismo. Analogamente il liberalismo è dipinto da Ricossa come un’avventura e il capitalista come colui che è disposto ad rischiare e a innovare per battere la concorrenza. Il socialismo è invece un mondo di certezze programmatiche, “il tentativo di stare fermi mentre il mondo si muove”, “cerca di eliminare le noie del cambiamento e invece ne sottrae i vantaggi”. L’ideale borghese è quello di una società di individui variati e competitivi, quello socialista “un unico animale collettivo che si serve degli individui come fossero organi, parti di sé, incapaci di vita autonoma”; il singolo cittadino “se non può pretendere un destino migliore della media ha d’altro lato la garanzia che gli sarà evitato un futuro peggiore”. È un attacco alle masse operaie comuniste che rivela una concezione chiaramente elitaria del liberalismo, condivisibile da chi possieda le doti per interpretare il ruolo del capitalista, molto meno dal proletario.
È interessante l’indagine su cosa animi l’imprenditore liberale. Ricossa applica alla vita economica il principio dell’eterogenesi dei fini: non si può presupporre che il comportamento degli agenti economici sia dettato da fini eticamente o moralmente buoni. Adam Smith insegna: “Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che noi attendiamo il nostro pranzo, ma dalla loro considerazione dell’interesse proprio”. Anche fini non morali in senso convenzionale, quali l’egoismo, producono risultati positivi. Il discorso viene poi radicalizzato: non solo il sistema è generalmente mosso dall’interesse personale, ma paradossalmente bisogna diffidare delle buone intenzioni. Del buonista viene tratteggiata una divertente caricatura in uno dei passi più sapidi dell’intero libro: l’“Elogio della cattiveria”. L’atteggiamento buonista è – neanche a dirlo – caratteristica del perfettista, il cui sommo obiettivo è il “bene comune”: l’armonia collettiva degli interessi particolari. La confutazione di questo punto di vista procede esaminando varie posizioni filosofiche –di Kant, Hegel e Marx ad esempio – in buona parte note al pubblico cui il libro è rivolto. La conclusione è che nei sistemi non liberali – leggi socialismo – il conflitto tra interesse particolare e collettivo, viene risolto “affidando il potere non a tutti ma a pochi individui o uno solo cui compete essere l’interprete del bene comune”. I buonisti vogliono il bene altrui – Lenin voleva quello dei proletari – ma “sono loro a definire quale sia questo bene; non capiscono che ognuno voglia vivere a modo suo, sono convinti di sapere meglio degli altri ciò che a loro conviene”. È questo il punto di forza del ragionamento: ogni socialismo ha una sorte ineluttabile, quella di trasformarsi da governo di tutti in regime autoritario e centralistico in mano a “quelli che conoscono il bene comune e si sentono in diritto di imporlo”, calpestando, se necessario, la libertà.
Termina qui la parte più interessante del libro, quella che meglio tiene fede alle promesse del titolo. La trattazione è rigorosa e ben argomentata, impreziosita da numerose citazioni filosofiche, l’analisi precisa e sincera, consequenziale e mai dogmatica. Questo rende il libro interessante anche per chi non si interessi di economia ma voglia capire l’ideologia che regge il pensiero liberale. Diventa molto meno godibile dal pubblico giovane a partire dal terzo capitolo, che si sofferma lungamente sul capitalismo. Si vuole spiegare perchè andrebbe preferito al socialismo ma questo compito, almeno sul piano ideologico, viene assolto egregiamente dai capitoli precedenti. Il lungo discorso è ripetitivo e riprende concetti già esposti; la trattazione è eccessiva nei dettagli, sovrabbondante di tecnicismi e quindi non adeguata al target: pochi giovani di media cultura saprebbero muoversi agevolmente tra tassi d’interesse effettivi e nominali o dare una definizione di fiscal drag. Ne fa le spese la scorrevolezza e la lettura risulta faticosa.
Non mancano però alcuni interessanti spunti di riflessione quali l’attualissima questione della concorrenza tra Occidente e Oriente, che per alcuni va risolta con la reintroduzione dei dazi doganali. Ricossa propone invece di combattere con l’innovazione merceologica, ovvero l’invenzione di nuovi segmenti di mercato su cui vincere la competizione. Ecco spiegato il segreto della longevità del capitalismo: la sua capacità di rivoluzionare il mercato quando sembra ormai saturo. Il capitalismo consumistico trionfa su quello pauperistico e a determinare il successo di un’impresa commerciale è il favore delle masse, i cui gusti non sono quindi da snobbare. Il mercato sarebbe in mano al consumatore, la cui scelta è un’espressione di libertà; lo stesso Ricossa ammette però che l’industriale è capace di indirizzarla con la propaganda o la proposta di nuove merci che magari nessuno avrebbe mai richiesto, come l’auto a benzina o la televisione, inventate sotto la spinta all’innovazione merceologica per espandere il mercato. Forse non è inspiegabile che per il proletario liberalismo e capitalismo non facciano rima con libertà.

 

Valerio Sarritzu

 

 






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