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Scienze  / Fisica

Il processo di Galileo

Galileo, scienziato e sostenitore del copernicanesimo, venne convocato il 26 Febbraio 1616, a Roma e formalmente ammonito dal cardinale Bellarmino. Il verbale di tale seduta, contenuto nell’incartamento segreto del Santo Uffizio, costringeva Galileo ad abbandonare la teoria copernicana e di smettere di insegnarla o difenderla sia per iscritto che a voce. Se Galileo non avesse tenuto fede a questi limiti il Santo Uffizio avrebbe agito contro di lui.

Galileo acconsentì.

Questo verbale rappresenta tuttavia un vero e proprio “Giallo storico” poiché il foglio su cui è scritto ha l’aspetto di una trascrizione senza alcuna firma, né del notaio, né tanto meno dei testimoni e dello stesso Galileo. In più non vi era alcun documento “originale”.

Tutt’oggi questo verbale incarna l’impossibilità di trovare delle risposte, tanto che durante il processo del 1633 Galileo sosterrà di non aver mai visto e sentito tale verbale.

Questo portò a credere che il “giallo storico” era solo un falso “fabbricato”, cioè una prova creata apposta contro Galileo.

Un anno prima del processo, incoraggiato dall’ascesa al papato di Urbano VIII, Galileo pubblicò il Dialogo. Esso prevedeva tre principali personaggi, Simplicio che credeva ciecamente all’autorità di Aristotele; Salviati che incarnava l’intelligenza e rappresentava il sistema copernicano; Sagredo era invece il personaggio neutrale.

In quest’opera Galileo presentava oggettivamente i due più grandi sistemi astronomici della storia.

Purtroppo per Galileo questo gli si rivoltò contro, i suoi avversari convinsero il papa Urbano che era stato preso in giro poiché lo scienziato l’aveva identificato nella figura di Simplicio, il personaggio più credulone fra tutti. Ciò portò alla sospensione immediata dell’opera di Galileo.

Come altra conseguenza, nell’Ottobre del 1632, a Galileo venne intimato di trasferirsi a Roma e rendersi disponibile per il commissario generale del Santo Uffizio.

Lo scienziato cercò di perdere tempo, ma ormai era solo questione di giorni.

Il 12 aprile del 1633 infatti venne trasferito come prigioniero presso il Santo Uffizio, anche se vista l’età, non venne rinchiuso nelle carceri, ma venne sistemato in stanze più confortevoli.

Durante gli interrogatori Galileo affermò più volte di non rammentare alcun verbale, ma, invece di negare il valore giuridico di quel documento, pensò di aggirare gli inquisitori sostenendo una plateale ma altrettanto ingenua bugia. Sostenne infatti che nella sua opera non solo non aveva voluto insegnare il copernicanesimo, ma l’aveva voluto ritenere falso.

I giudici, con l’opera di Galileo davanti, dimostrarono la sua menzogna e il vero significato dell’opera.

Galileo modificò allora la sua posizione ammettendo di aver preso le difese del copernicanesimo e di essere andato contro l’ammonizione.

Dopo un secondo interrogatorio, il 22 Giugno 1633 gli inquisitori emisero la loro definitiva sentenza nella quale chiedevano a Galileo l’abiura.

Nello stesso giorno lo scienziato si inginocchiò davanti ai cardinali e abiurò.

Galileo finì i suoi giorni presso la sua villa ad Arcetri dove morì l’8 Gennaio 1642.

francesca seruis





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