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Cultura  / Letteratura

Il fiore del deserto

Pubblichiamo il racconto classificatosi tra i vincitori del concorso letterario "Schiuma della terra" e promosso dall’I.I.S. "G. Brotzu", si tratta di "Il fiore del deserto", scritto da Gabriele Marrosu, studente della III D del Liceo Scientifico "G. Brotzu"

 

“Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore
apparve in sogno a Giuseppe e gli disse:
‘Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto,
e resta là finché non ti avvertirò,
perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo’.
Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino
e sua madre nella notte e fuggì in Egitto.”
Matteo 2,13-14

 

Correva, in mezzo a un campo, uno di quelli che stavano lontano dalla città, quei pochi fuggiti alla furia del deserto…
 

Assaf si svegliò, la gola secca e gli occhi annebbiati gli davano un’idea di quanto poteva essere rimasto a dormire.
 

Era giorno e il sole picchiava forte. Si alzò e cominciò a camminare in una direzione qualunque. Le dune e la sabbia rendevano il paesaggio ripetitivo, confuso. Nient’altro che un mare di sabbia triste e immobile. Per giorni aveva cercato di non perdere l’orientamento e di continuare sempre verso la stessa direzione, ma quando era svenuto per la prima volta, aveva abbandonato ogni buon proposito. Tanto alla fine sarebbe pur arrivato da qualche parte!
 

Era stanco anzi stremato. Non aveva più neanche la forza per vedere nitidamente, era troppo stanco anche per i miraggi. Il giorno prima gli era sembrato di vedere una carovana, aveva gridato a lungo prima di rendersi conto che il destino beffardo lo aveva giocato ancora, il deserto lo prendeva in giro, si divertiva a farlo soffrire. Un miraggio… un’altra illusione.
 

Aveva poca acqua con sé, e per risparmiarne il più possibile aveva cercato di non berne. Una splendida idea che gli aveva fatto perdere conoscenza già più volte. Tuttavia ogni volta riusciva a cavarsela, si risvegliava e tutto a un tratto beveva, e così si riprendeva. Ovviamente sapeva di non poter continuare in questo modo, rischiava troppo, doveva sopravvivere. Fuggire era stata l’unica scelta possibile, anche se lui non avrebbe mai voluto. Era stato costretto, l’avevano forzato alla fuga.
 

Sua madre gli diceva sempre “pochi fiori sopravvivono al deserto…”. Assaf non sperava affatto di essere uno di quei “pochi”, ma non aveva scelta, tentare a vivere o morire senza lottare. Sapeva che doveva scappare, correre e pregare, pregare perché stessero tutti bene.
 

Assaf avanzava lentamente, si sentiva sporco, pieno di sabbia e sudato. Quel misto sulla sua pelle lo faceva sentire male, il caldo non gli dava tregua, ma il freddo della notte era ancora peggiore. Al calare del sole, come si accendevano le stelle, il suo coraggio si spegneva e anche la speranza sfumava nel tramonto. Il buio gli ricordava casa, i suoi genitori, la sua sorellina.
 

Chissà se i demoni li avevano risparmiati. Che motivo avevano per fare tutto ciò?
 

I camion erano arrivati nella notte, ma già la sera prima erano venuti gli aerei. Loro dicevano che qualcuno aveva messo una bomba. Lui non ne sapeva niente, però i suoi genitori sì, sembravano aver capito a cosa si riferivano. I bombardamenti erano cessati alle otto di sera e le divise li avevano sorpresi alle quattro del mattino. Qualcuno doveva averli denunciati. Chi? Era vero? La sua famiglia era responsabile dell’attentato? No… importava? No… Assaf ne era consapevole.
A quel punto colpevole o innocente erano solo parole insensate. Umani? Forse. Terroristi? Sì. Il verdetto era già deciso, non serviva altro. Non avevano più diritti.
Assaf conosceva i racconti sulla crudeltà dei soldati. Avevano preso molte persone da quando abitava lì e non aveva più rivisto nemmeno uno di quei volti.
Aveva paura. Un gruppo di otto in uniforme aveva sfondato la porta ed era piombato in casa loro. Li avevano tirati giù dal letto con violenza.
 

L’avevano preso per il colletto della t-shirt, gli era mancata l’aria. Lui e la sua famiglia erano stati raccolti in salone. Thea piangeva e sua madre cercava di tranquillizzarla. Un soldato che li sorvegliava s’innervosì e urlò contro Thea. Assaf temeva che quella bestia potesse accanirsi contro la sorellina. Scattò in avanti e diede una spallata alla guardia. Il calcio di una pistola lo colpì sulla tempia. Sanguinava. Sua madre gridò e Thea pianse più forte. Suo padre inveiva contro la guardia.
Da quel momento i ricordi non erano molto chiari. Il sole e la ferita confondevano Assaf e facevano sì che le immagini nella sua testa si sovrapponessero.
 

 

Non vedeva altro che sabbia da giorni, aveva la nausea e voleva vomitare. No, troppi liquidi sprecati, doveva reprimere i conati, e resistergli era doloroso.
 

Ancora un giorno! Non sapeva ripetersi altro. I ricordi erano l’unica cosa che riusciva a confortarlo, e di ricordi ne aveva tanti. Le prime parole di Thea. Il profumo dello stufato di sua madre. La neve che aveva visto in tv e che un giorno gli sarebbe tanto piaciuto toccare con le mani. Sua madre che suonava “Pavane pour une infante defunte” di Ravel e lui che le stava affianco cercando di seguire il movimento delle sue dita sottili e leggere sui tasti lucidi del piano. Suo padre che giocava con Thea e la aiutava a comporre il puzzle con sopra quel bel quadro che gli piaceva tanto.
 

Assaf bramava di vivere ancora quei momenti, ci sperava tanto. I momenti sono fugaci, scorrono tra le dita come sabbia. Odiava la sabbia.
Quando ancora vivevano nella sua vecchia città, i genitori gli avevano promesso che trasferirsi non sarebbe stato così male, che sarebbero stati felici anche lì dove andavano a stare.
Assaf sentiva quelle promesse come catene che gli stringevano il cuore. Sentiva che seguendole sarebbe riuscito a farsi forza. Ma quelle catene erano troppo pesanti e lo straziavano, probabilmente presto o tardi lo avrebbero fatto impazzire.
Le promesse non mantenute fanno male, per questo tendono a essere dimenticate. Lui ci credeva e sperava un giorno che sarebbe stato così anche per lui.
Avrebbe voluto piangere, ma sarebbero stati troppi liquidi sprecati. Quante volte aveva pianto per finta? Adesso avrebbe voluto piangere per davvero.
 

Anche l’ennesima notte arrivò, ma lui non riusciva a dormire. Dove abitava, le stelle non si vedevano, ma nel deserto erano tante e nitide. Aveva sete e bevve, rimaneva ancora poca acqua.
Assaf rimase sdraiato sulla sabbia umida a guardare le stelle. Erano belle, gli ricordavano Fatima. Probabilmente lui la amava, e da molto tempo. Non gliel’aveva mai detto e se ne pentiva. Avrebbe voluto baciarla, stare insieme a lei. All’improvviso il sonno ebbe la meglio, e così si addormentò.
 

Il giorno seguente si svegliò presto, aveva visto l’alba e si era rincuorato. Lui amava il cielo, un giorno magari sarebbe diventato pilota, ma prima doveva pensare a “oggi” non a “un giorno”. Era importante che rimanesse concentrato.
Assaf fantasticava spesso, sognava ad occhi aperti. Gli adulti gliel’avevano sempre rimproverato. Gli venne in mente suo padre, lui non l’aveva mai fatto. Diceva “sogna figliolo, i sogni sono belli e fanno stare bene, quando non lo si fa più si perde una parte di sé stessi”. E lui gli dava retta, da piccolo fingeva spesso di esplorare mondi straordinari o di volare in alto sopra la stratosfera.
Tuttavia, da quando era entrato nel deserto, era difficile che gli capitasse di sognare, sia a occhi aperti che non, e quando succedeva erano miraggi maligni o incubi che lo tormentavano tutta la notte.
 

Con il sopraggiungere della notte iniziò a pensare. Forse sarebbe stato meglio rimanere insieme alla sua famiglia.
La notte nella quale tutto era iniziato, era riuscito a scappare solo grazie a suo padre che aveva caricato con la testa il profilo del soldato che teneva Assaf. Quello, colto alla sprovvista, aveva allentato la presa e lui ne aveva approfittato per dimenarsi e scappare.
Mentre fuggiva in direzione del deserto, aveva sentito uno sparo, il sangue gli si fermò nelle vene e riprese a scorrere solo quando sentì la voce di suo padre che diceva “scappa Assaf”. E lui aveva rincominciato a correre, tra i campi e oltre fino alle prime dune.
Quella notte probabilmente aveva corso per ore senza fermarsi, fino a che non era arrivato a un villaggio dove una vecchia signora e suo nipote gli avevano dato da mangiare e da bere.
 

Erano gentili quei due, ma aveva paura a parlare quindi non lo fece, quando entrambi i suoi ospiti si erano addormentati, si preparò. Scrisse un biglietto, prese quante più borracce e bottiglie d’acqua possibile e del cibo, mise tutto in uno zaino, probabilmente del nipote della signora, poi si addentrò nella notte e nel deserto.
Più volte in quei giorni aveva pensato che una volta salvo avrebbe dovuto ringraziare la signora e il ragazzo per la loro ospitalità, e avrebbe dovuto anche scusarsi per aver rubato l’acqua, il cibo e lo zaino.
Sì, avrebbe dovuto, sempre che fosse sopravvissuto.
 

Il cibo ormai era terminato e l’acqua stava finendo, probabilmente ancora due, massimo tre giorni e sarebbe rimasto a guardare le stelle per sempre. Se avesse dovuto andarsene desiderava farlo a pancia in su e vedere il cielo, mentre si spegneva.
Un altro giorno passò, la notte era trascorsa tranquilla, senza incubi. Assaf camminava verso l’orizzonte, non aveva più idea di che cosa aspettarsi.
 

Pregava, altroché se pregava! Per Thea, per suo padre, per sua madre, e anche per Fatima.
 

Lo sconforto stava avendo il sopravvento, non aspettava altro che un qualche motivo per abbandonarsi. Desiderava vivere ma se ciò significava passare un solo altro giorno in quell’inferno, che andasse al diavolo! Tutto!
Assaf si accasciò a terra sulla sabbia soffice. Il suo respiro si fece pesante. Non ci riusciva, non aveva più voglia di lottare, si addormentò.
 

Riaprendo gli occhi, la prima cosa che vide furono due figure umane che camminavano nella sua direzione. Assaf si rianimò all’improvviso, poteva essere un miraggio ma tanto valeva provare!
Cercò di alzarsi sulle sue gambe, erano pesanti, aveva sete e la gola gli bruciava. Voleva vivere, desiderava disperatamente che fosse vero, che quelle figure nei suoi occhi fossero reali.
-Sono qui!- gridava -Qui, vi prego!- riuscì a mettersi in piedi e agitava le braccia gridando ancora e ancora per farsi sentire il più possibile. La sua gola ora andava a fuoco -Vi prego!-.
Le due figure sembrarono vederlo, una di loro si mise a correre e lo sentì gridare -Said è un ragazzo! Prendi dell’acqua! Presto!-.
Assaf fu pervaso da una gioia indescrivibile. Era vivo, salvo, felice. Avrebbe rincontrato i suoi genitori, voleva correre da Thea, baciare Fatima, giocare ancora a biglie con i ragazzi del quartiere. Lui vinceva sempre contro di loro… e aveva vinto ancora, contro il deserto!
Le lacrime si fecero incontrollabili, di gioia, di vita. Scoppiò in un pianto senza fine. Non poteva crederci, c’era riuscito.
 

Pensò che sua madre aveva ragione “pochi fiori sopravvivono al deserto”, ma pochi significava che almeno qualcuno ci riusciva, e stranamente uno di quelli era lui… era salvo!

 

Gabriele Marrosu III D





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