Questo sito è accessibile da tutti i browser e gli user agent, ma il design e alcune funzionalità minori dell'interfaccia saranno visibili solo con i browser che rispettano gli standard definiti dal W3C.

BROTZU ONLINE
BROTZU MEDIA
LA REDAZIONE
LA SCUOLA

Cultura  / Letteratura

Schiuma del mare

Pubblichiamo uno dei racconti classificatosi tra i vincitori del concorso letterario "Schiuma della terra" promosso dall’I.I.S. "G. Brotzu", titolo "Schiuma del mare", autrice Ludovica Dettin, studentessa della classe III F del Liceo Scientifico "G. Brotzu".

 

"Privati dei diritti umani garantiti dalla cittadinanza,
si trovano ad essere senza nessun diritto,
schiuma della terra"
(Hannah Arendt)

 

Il Maggiore Gast Van Groot si diede un’ultima occhiata allo specchio, poi si mise il cappello dell’uniforme in testa, nonostante fossero le quattro del pomeriggio e ci fosse un caldo bestiale. Sul ponte si soffocava peggio che in cabina tanta era l’afa. La nave era salpata da Amburgo poche ore prima, andava in America. Gast fissava il mare, il fatto di trovarsi in mezzo a una distesa d’acqua così grande lo inquietava un po’. Si accese uno dei suoi preziosi sigari egiziani, trovava che gli dessero un certo tono, e lo aiutavano a cacciare indietro l’ansia; non come del brandy invecchiato, ma era qualcosa. E poi basta attaccarsi alla bottiglia, stava andando in America per cambiare, in fondo.
‘Vado per servire meglio il partito’ aveva detto ai camerati che gli avevano chiesto il perché della decisione. Gli avevano trovato un posto come addetto all’ufficio stampa dell’ambasciata tedesca a New York, il che, per un Maggiore che aveva fatto la guerra non significava praticamente nulla, tuttavia lui sapeva, in via riservata, che un po’ d’azione non sarebbe mancata, un po’ di spionaggio, interventi discreti per mettere a tacere ebrei che provavano a mettere in cattiva luce il partito agli occhi dell’opinione pubblica d’oltreoceano, ignorando totalmente il giuramento che avevano fatto per ottenere i documenti d’espatrio. Aveva detto che sarebbe rimasto via solo qualche mese, ma sapeva in cuor suo che così non sarebbe stato. Non lo ammetteva manco con se stesso, ma la verità era che stava fuggendo.
Sul ponte uscì una famiglia, i genitori, una bambina e una ragazzina, la loro origine si intuiva fin troppo bene. La zazzera nera e folta del padre, il naso adunco, gli occhi scuri di tutti e quattro non lasciavano dubbi. Gast si irrigidì. “Ebrei” disse una voce. Gast si voltò, accanto a lui c’erano due soldati, non più che ventenni, con i capelli e la pelle talmente chiari da parere quasi albini. Gast pensò che erano proprio lo stereotipo dell’ariano dei manifesti e dei giornali del partito.
”Herr Major” i due batterono i tacchi, come si fa con i propri superiori, alla vista dei gradi sulla camicia bruna. Non li aveva mai visti, ma gli sembravano pieni di energia e di voglia di fare, quell’energia che lui aveva lasciato sul fronte orientale. Non avevano la più vaga idea di cosa fosse la guerra. “E’ una vergogna che stiano sul ponte con noi” iniziò uno, dando alle sue parole il tono di chi la sa lunga.
“E’ la prospettiva dell’America che li rende tanto sfacciati, ne sono sicuro” replicò l’altro “Mi chiedo perché gli diamo ancora i permessi per partire, dopo ciò che hanno fatto all’esercito”. “Ma che emigrino, meno contaminano il nostro paese meglio è”, concluse il primo. Gast ascoltava distratto. “Poi, questi” uno dei due soldati indicò la famiglia “alloggiano alla 231, le cabine di lusso”. Gast sobbalzò, lui aveva la 232.
 

Erano a una sola porta di distanza. Ed eccolo riaffiorare, l’odio che cercava di reprimere e dal quale scappava iniziò a farsi nuovamente sentire dentro di lui, bruciante, come a ricordargli che non si può scappare da se stessi. Non poteva sopportarlo. “Più tardi andrò a protestare col capitano”, sentenziò. I soldati lo guardarono con tanta ammirazione che gli risultarono patetici. A cena li invitò al suo tavolo, ma era inquieto e di cattivo umore, mangiava veloce, non vedeva l’ora di liberarsi dei quei due e andare a parlare col capitano. Avevano 22 anni, appena arruolati e destinati alla sicurezza dell’Ambasciata, non sapevano assolutamente nulla della vita da militare, li attraeva di più il fascino che la divisa aveva sulle ragazze. Alla fine la conversazione si spostò sugli ebrei, e di che altro si poteva parlare con un ufficiale delle SA? Le conversazioni vertevano sempre su quell’argomento alla fine, Gast lo sapeva per esperienza. Parlarono della teoria della razza, ma a lui della teoria non importava nulla. Tuttavia l’argomento lo rese nervoso e per scacciare l’inquietudine mandò giù qualche bicchiere. Un po’ di Brandy dopo fu lui a tornare sull’argomento, li fece ridere con battute di spirito sulle “troie ebree”, disse che sarebbe stato proprio divertente prendere l’ebreo visto quella mattina sul ponte con la famiglia e appenderlo a poppa per il naso, poi si inventarono mille modi originali per uccidere un ebreo. I due soldati ridevano come se non avessero mai udito nulla di più divertente. Quando finalmente Gast si accorse di aver esagerato con l’alcool uscì sul ponte. All’aria fresca si trovò ridicolo, passò un’ora a riprendersi e si ricordò di cosa doveva fare. Andò con passo deciso verso la cabina del capitano. Entrò e battè i tacchi “Major Gast Van Groot”.
Espose il suo problema al capitano, sicuro di essere compreso. Quando ebbe finito ci fu silenzio, il capitano lo fissava tranquillo, fumando la pipa. Poi disse “Questa è la mia nave, l’uomo di cui lei mi parla è un medico e paga esattamente quanto voi, e sono sicuro che potrebbe pagare per lei e per altre 100 camice del colore della sua, che forse per le strade di Berlino vale molto, ma non sulla mia nave ”. Gast girò i tacchi furioso, ma la voce del Capitano lo fermò: “E si ricordi che io ho servito nella Marina Imperiale, Maggiore” Non sarebbe finita là, avrebbe scritto delle lettere una volta a terra, alle persone giuste e avrebbe sistemato il capitano. Era furioso, immerso nei suoi pensieri, quando voltandosi di scatto la vide.
 

La ragazzina di quella mattina sul ponte, era nascosta nel vano di una porta, E, probabilmente, aveva origliato tutto. Appena lui si voltò lei si mise a correre; Gast era furioso: “Tanto ti prendo!“, gridò”. Lei prese le scalette che portavano giù in fondo alla nave, dove si trovavano dove stavano le stanze nelle quali gli operai gettavano il carbone nelle enormi fornaci, dalle quali proveniva un frastuono ininterrotto e ripostigli di ogni genere. Due porticine erano aperte, e in una di esse si infilò la ragazza. Pochi secondi dopo anche Gast raggiunse il corridoio e capì subito che poteva essere entrata solo in uno di quei due sgabuzzini. “So che sei qua!” disse entrando nel primo e passò qualche secondo cercando di individuare la ragazza alla luce pallida della luna che entrava da un piccolo oblò in alto, ma prima di riuscirvi sentì la porta scattare alle sue spalle. Qualcuno l’aveva chiusa da fuori. Ci si avventò e iniziò a picchiare con foga “Aprite!!”. Nessuno parve sentire le sue grida coperte dal frastuono dei motori.
“Non ti sentiranno”. Gast sapeva chi era stato a parlare. “Dove sei piccola bastarda??” ringhiò cercando di individuarla, ma l’oscurità era troppa. Sentì uno sfrigolio, lei aveva acceso un fiammifero. Nella luce pallida distinse i tratti della ragazzina, era nell’angolo destro, accanto a una scopa. “Come diavolo..?” Gast si portò istintivamente le mani alle tasche “Ti sono caduti mentre picchiavi contro la porta”, rispose lei tranquilla mentre il fiammifero si spegneva. Dopo un attimo di sbalordimento, lui cercò di avventarsi su di lei, ma nel buio si era spostata. “Dobbiamo passare la notte qui. Rilassati per l’amor del cielo!”. Gast si ricordò che era chiuso in gabbia e rincominciò a picchiare sulla porta, alla ragazzina avrebbe pensato dopo. Alla fine, stanco e sudato, si voltò. Ormai i suoi occhi si erano abituati al buio e individuò la ragazza che lo guardava tranquilla, come se non avesse alcuna preoccupazione al mondo. Era furioso, la osservò per quel che si poteva. ‘Juden’ pensò, capelli neri come il carbone raccolti in due lunghe trecce, gli occhi altrettanto scuri e il naso prominente. Tutto in lei trasudava arroganza giudea. “Quindi ti piace origliare piccola strega?” disse con un tono che voleva essere di sufficienza. “Sissignore, specialmente quando un Maggiore borioso a disagio per i suoi capelli esageratamente color carota viene messo in riga da un Capitano ” rispose lei. , e dal tono a Gast sembrò che mentre pronunciava la frase, la bocca le si fosse allargata in un sorriso. Si toccò istintivamente la testa “Ma che diavolo..” dopo un primo momento di sbigottimento balzò verso di lei.“Stammi a sentire” disse a un pelo dalla sua faccia “ti consiglio di non rivolgermi la parola per il resto della notte se ci tieni alla tua lurida pelle da giudea!” mentre sibilava quelle parole le stringeva il braccio in una morsa d’acciaio e piantò gli occhi nei suoi, vi vide passare un lampo di terrore, ma poi passò e lei tornò impassibile. In realtà era turbato. Non lo ammetteva neanche davanti allo specchio, ma i suoi capelli lo imbarazzavano. Non perché tradissero le sue origini olandesi- la sua famiglia da quando era emigrata si era perfettamente integrata nelle società berlinese- ma perché se vi si aggiungevano gli occhi azzurrissimi e le lentiggini che gli coprivano il volto, si accorgeva di avere l’aspetto di un bambino di non più di dieci anni. Eppure si ficcava in testa il cappello dell’uniforme a ogni ora del giorno e camminava dritto nella sua divisa e nessuno osava ridere del suo aspetto che tanto strideva col suo abbigliamento. Come aveva fatto a indovinarlo?Era questo che lo inquietava di questa ragazzina, era come se avesse indovinato i suoi vecchi disagi. Era ebrea e gli stava tanto vicino in quello spazio così ristretto; era sfacciata, indovinava le cose. La guardò di nuovo e sentì che la temeva perché gli sembrava avere a che fare con i demoni dai quali stava cercando disperatamente di scappare. Cercò di ricacciare indietro i pensieri, troppo tardi.
 

Fritz, che fai? Stai giù. Polvere, grida, spari, morte. Stavano dietro la trincea, sui cadaveri di molti compagni. Fritz si era sporto un secondo. Era caduto indietro, colpito in mezzo alla fronte. L’aveva raccolto, era strisciato fuori dalla trincea tirando Fritz che lasciava una scia di sangue, fino all’accampamento di tende bianche a cono, tutte uguali, fino all’infermeria. Il dottore, quell’ebreo, stava cercando di tirare fuori un proiettile da un altro giovane soldato. Lui urlava e imprecava, il dottore continuava il suo lavoro, concentrato.
“Sulla nave comanda il Capitano”, la ragazza tentava di sembrare disinvolta mentre parlava, ma la sua voce tradiva la paura. Gast era diventato camicia bruna per il timore che l’uniforme incuteva. Camminavi per le strade e la gente si abbassava il cappello, ti sorrideva, le ragazze ti guardavano dietro e i negozianti ti regalavano spesso della merce, così, per simpatia. E allora perché diavolo quella ragazzina era così sfacciata? “Hai detto bene, qui comanda il capitano” replicò Gast “ma a terra no”.
“E’ questo il vostro problema, pensate di poter comandare tutto voi ariani” pronunciò la parola con tono volutamente canzonatorio “quanto siete arroganti e noiosi”.
Fritz, sulla sua spalla, sanguinava, lo aveva trascinato con se per tutta la trincea, e ora quel dannato medico non lo degnava di alcuna attenzione. Aveva riconosciuto il soldato che stava operando, era ebreo anche quello, da non credersi, c’era stato un tempo in cui gli ebrei avevano servito nell’Esercito Imperiale…aveva iniziato a dibattersi, a urlare, allora lo avevano portato fuori di forza. Gli avevano anche dato un colpo perché si calmasse.
“Stiamo andando negli Stati Uniti, stiamo andando verso un mondo civile, come lo era la Germania prima che arrivaste voi”. Gast trovò la parola ‘civile’ quasi esilarante. Da quando Fritz era morto, nulla lo aveva più interessato più, non credeva più in nulla se mai in qualcosa aveva creduto. A persone come lui la guerra aveva portato via tutto, tranne la vita, ma che cos’era la vita senza più nulla per cui vivere?
 

Fritz,dove sei? Si era svegliato su una branda dell’infermeria, aveva un forte mal di testa, ma scattò in piedi per cercare Fritz, invece vide il medico chino su un altro paziente, gli si avventò contro e tenendolo per la gola gli chiese dove fosse il suo compagno. “E’ morto”. “Morto?”. Gast strinse più forte “Hai curato prima l’ebreo”.
“Cosa non ti va bene della nuova Berlino? Cosa ti è successo? Papà non ha più potuto far partorire quella massa di troie ebree che mettono al mondo ebrei? Non ti sei più potuta comprare le scarpine nuove?”. Nell’ultimo anno, i pochi ebrei che aveva visto per le strade, i pochi che avevano il coraggio di uscire, tenevano la testa bassa, quasi si vergognassero di camminare sulla faccia della terra, così doveva essere, ma così sembrava non essere per quella ragazzina. Magari non era nemmeno ebrea, magari era il fantasma della sua coscienza che veniva a fargli visita, come nel Canto di Natale che il vecchio Dickens aveva scritto quasi 90 anni prima ‘ti sei scolato troppi drink a cena’ si disse. “Le cose di cui mi importa non le puoi capire. Avete cercato di strapparci la dignità, ma non ce l’avete fatta, nossignore, ma ci avete tolto il diritto di essere rispettati, quel diritto che ogni stato civile deve garantire. Senza i diritti civili, cosa siamo diventati? Niente, schiuma della terra”.
“Avresti fatto meglio a dirlo ai tuoi correligionari, che hanno pugnalato alle spalle l’esercito durante la guerra”. Questa era una delle accuse che aveva sentito in un comizio del partito muovere agli ebrei, e non era vero forse? Non era ciò che aveva fatto il medico che aveva dato precedenza all’ebreo? Avevano pugnalato alle spalle l’esercito tedesco.
“Pugnalato alle spalle l’esercito? Mio padre ha servito sul fronte orientale, ha tirato fuori pallottole da centinaia di soldati, ebrei e non ebrei, e voi come lo avete ripagato? Togliendogli tutto! Che altra accusa mi muoverai adesso Maggiore? Che i miei antenati hanno assassinato Gesù Cristo? Senti questa: io credo alla Bibbia come credo alla favola di Hansel e Gretel”. Gast vide improvvisamente se stesso a 16 anni, quando aveva annunciato alla sua famiglia che non sarebbe andato più in Chiesa, perché non ci credeva, perché non ci aveva mai creduto. E allora perché diavolo andava in giro nelle notti di sbronza ad accusare l’intera stirpe ebrea di quell’omicidio? Questo era il genere di domande che aveva evitato di farsi negli ultimi anni.
”Davvero credi a quelle scemenze sugli ebrei e gli ariani? Per l’amor del cielo!”. “Se non chiudi quella dannata bocca ti imbavaglio” rispose lui nervosamente “Vedremo chi mi imbavaglierà in America”.
 

Gast si alzò in piedi di scatto, le si avvicinò rapido, la prese per il collo e iniziò a stringere, non la sopportava più. Poi si accorse che la ragazzina respirava a fatica e la mollò. Lei si accasciò a terra e Gast si guardò le mani. Fritz era inerte, su una pila di cadaveri. Si buttò su di lui, gli prese la testa tra le mani: era gelata. Gli frugò le tasche: una foto, una lettera, una moneta. La lettera era di sua madre: gli diceva che era in ansia, lo pregava di tornare a casa sano e salvo. Lo affidava al Signore. Non c’era nient’altro, perché Fritz non aveva molto al mondo, proprio come lui. Guardando il suo cadavere la disperazione lasciò posto alla furia, e non potendo prendersela con Dio, in cui non credeva più, pensò al Kaiser, che li aveva mandati là a combattere e poi al medico ebreo. La mente era annebbiata da un odio cieco.
Per un attimo credette di averla uccisa. Si chiese quale fosse in quel momento la differenza tra lei e Fritz, il suo cadavere sarebbe divenuto polvere, la sua morte avrebbe lasciato un vuoto nei suoi cari, e poi lei sarebbe diventata dolce ricordo nelle loro menti, nient’altro. Gast si sentì esausto. Si chinò su di lei con le mani che gli tremavano, e all’improvviso notò che il petto della ragazza si abbassava e rialzava con sforzo. All’improvviso spalancò gli occhi, lei non era una che si arrendeva. Istintivamente si allontanò da lui a carponi, senza perderlo di vista. Gast si sentì sollevato e se ne sorprese. Si sbottonò i primi bottoni della camicia perchè sudava, poi si allontanò, sedette su un secchio, chiuse gli occhi abbandonando la testa contro il muro, esausto.
Poi lei, nel silenzio, iniziò a raccontare, come se lui gliel’avesse chiesto, e fu come se per la prima volta dalla morte di Fritz quel guscio d’odio in cui la mente e il cuore di Gast erano chiusi da tempo, si rompessero.
 

“Mi chiamo Bathsheva. I miei bisnonni erano ashkenaziti polacchi, ma mio nonno portò tutti a Berlino, basta essere ebrei, voleva che la sua famiglia si integrasse. Ma mio padre no. Vivevamo nella parte occidentale della città, nel ghetto. Iniziò nel piccolo ospedale ebraico, poi fece carriera e iniziò a lavorare in un ospedale nei quartieri altri, per i Gentili.” Non c’era più astio in quella voce. “Diventammo tanto ricchi che avremmo potuto trasferirci anche noi nei vostri quartieri, ma lui non volle. Era pieno di ebrei ricchi che andavano a vivere nei quartieri alti della città, e finivano per odiare gli ebrei che restavano al quartiere occidentale; li consideravano rozzi e facevano di tutto per non essere associati a loro, li disprezzavano forse più dei Gentili. A mio padre sarebbe sembrato di tradire la sua gente. Ma a un certo punto le cose cambiarono. Anche se mio padre non voleva che ci trasferissimo nei quartieri dei Gentili, io andavo in una delle migliori scuole private della città con essi da quando ero bambina, e a casa avevo un insegnante che mi istruiva sulla Torah. ‘Sii ebrea in casa tua e tedesca in società’ mi ripeteva mio padre ‘è semplice prudenza’ , ma io non credevo a una parola della Torah anche se non glielo dissi mai, e ben presto capii che non sarei mai potuta essere una tedesca per la società. All’inizio tutto era tranquillo, giocavo con i miei coetanei, ero senza pensieri. Quando compii 11 anni, avevo ottimi voti e anche un fidanzatino. I miei compagni e i professori mi stimavano. Poi mio padre venne chiamato al fronte, erano momenti tristi, io ero terrorizzata all’idea che piombasse da un momento all’altro qualche suo superiore in casa nostra che ci avvisasse che era morto in trincea. A due miei compagni era successo e l’aria in classe era diventata pesante, tuttavia il fatto di essere tutti nella stessa situazione ci faceva sentire molto uniti, alunni e professori. Poi la guerra finì, mio padre tornò a casa, ma non era felice. Una notte lo sentii parlare con mia madre in soggiorno della pericolosità di essere ebrei. Avevo quasi 13 anni e non capivo ancora bene, e poi ero troppo felice per il suo rientro, nulla poteva oscurare la nuvola rosa su cui ero. Tuttavia, pochi giorni dopo, iniziò.” Batsheva sospirò e poi riprese ”Notai il cambiamento prima a scuola e poi per le strade. A un certo punto in classe i miei compagni smisero di parlarmi. Venni spedita all’ultimo banco e mi chiesi come mai. Quelle che erano mie amiche fino a pochi giorni prima, non mi rivolgevano neanche lo sguardo, se non una, che mi guardava compatendomi e un giorno riprese a parlarmi. Le camicie brune, come la tua, visitavano abitualmente i negozi del mio quartiere per estorcere soldi con la forza ai commercianti, e per divertirsi pestavano a sangue il primo che gli capitava, come Shlomo, il macellaio. Era come uno zio per me, non ho più riconosciuto il suo volto” Gast si ricordò di sé che marciava cantando, e, confusamente, anche dell’episodio di quel macellaio. Non gli aveva fatto né caldo né freddo, anzi aveva goduto pensando a Fritz; ora invece sentì venire una fitta allo stomaco. “Riguardo alla ragazza che aveva tentato di parlarmi, fu punita e umiliata davanti a tutti, come monito per gli altri affinchè non cercassero di fare lo stesso.
A mio padre fu impedito di operare i Gentili e allora tornò a esercitare al piccolo ospedale del ghetto. Come tanti altri tentava di non lasciarsi andare e di far finta che fosse una situazione passeggera, finché non venne impedito a ogni medico ebreo di esercitare, perfino negli ospedali ebrei. Cadde in depressione, mia sorella era troppo piccola per capire e mia madre cercava di tenere insieme la situazione senza riuscirvi. Gli strumenti di mio padre, perfettamente lucidati e riposti su uno scaffale in cucina, ci ricordavano che non ci era più dato vivere come come persone.
In quei giorni, piena di rabbia e di rancore, pensavo che nulla potesse andare peggio, ma una mattina, entrata in classe, fui fermata sulla porta e costretta a spogliarmi dal professor Wagner. Non capivo per quale motivo, tentai di oppormi ma non ci riuscii. Cercavo di coprirmi con le mani senza riuscirvi, piena di vergogna. Il signor Wagner fece spogliare anche Hans, un mio compagno figlio di un dirigente del partito, che si era mostrato particolarmente crudele con me da quando ero stata isolata, e che lo fece senza il minimo imbarazzo. Il professor Wagner ci mise vicini di fronte alla classe e iniziò a spiegare le differenze tra noi due facendo riferimento alla teoria della razza ariana. Wagner posava la sua bacchetta su di me e su Hans con espressioni di trionfo. Per la prima volta provai odio vero; giorno dopo giorno germogliò e si concentrò su Hans. Non ne feci parola con i miei, ma iniziai a seguire Hans dopo che usciva da scuola, mentre camminava in riva alla Sprea. Sapevo che non sapeva nuotare. Un giorno lo seguii come al solito e quando fummo in prossimità del fiume, raccolsi le trecce e mi ficcai in testa il cappello che avevo preso quella mattina a mio padre. Poi corsi verso di lui e andandogli addosso lo spinsi dentro. Restai a guardarlo affogare e provai piacere; poi presi a correre velocissima, le urla di Hans ancora nelle orecchie”.
 

Gast si voltò verso la ragazza con gli occhi spalancati e improvvisamente gli parve di vedere se stesso raccontare la stessa storia, e si guardò le mani come se le era guardate alla fine di quella giornata in cui aveva perso il suo solo amico. “Raccontai tutto a mio padre, lui mi abbracciò, non disse una parola, e la mattina dopo, andò a cercar di fare i documenti per l’espatrio”.
Fritz era morto. Gast aveva aspettato come un cacciatore in attesa della sua preda. Era mezzanotte passata quando il medico tornò alla sua tenda, era stato trattenuto in infermeria. Gast si era accertato per l’ultima volta che tutti fossero a riposare nelle loro tende, poi gli era piombato alle spalle e lo aveva stretto al collo col braccio finché la testa non si era lasciata andare sulla spalla. Quasi ogni notte, il pensiero di quel gesto tornava a fargli visita. Ne aveva ucciso tanti di russi in guerra, ma era diverso, perché non li vedeva, si sparava nel mucchio. Guardò Batsheva. Probabilmente il medico ebreo che aveva ucciso, aveva lasciato una famiglia, e i suoi figli avevano dovuto affrontare la vita senza di lui. Scoppiò a piangere, a singhiozzare senza alcun ritegno, e lei capì il dolore che anche lui si portava dentro, perché era il suo stesso, se n’era accorta in qualche modo. Non provava astio verso di lui. Si guardarono per qualche secondo e si dissero così tanto con gli occhi, ma senza aprire bocca.
 

Furono svegliati da un urlo. Una ragazza in una divisa bianca smagliante. Si guardarono smarriti, poi si ricomposero, pronti a uscire. Gast mise 2 reichsmark in mano alla donna. “Forse è meglio non fare parola a nessuno di ciò che è successo, Maggiore” “La signora terrà il segreto”rispose lui. Batesheva lo guardò per qualche istante, poi prese le scale che portavano al ponte. Albeggiava e non voleva che i genitori scoprissero della sua fuga notturna.
Gast le diede qualche metro di vantaggio e poi la seguì. Si sentì un urlo. Riconobbe la voce di lei e corse sui gradini di ferro. Sul ponte e trovò Batsheva, di spalle, che fissava il mare, sua madre alla murata che guardava giù con una mano premuta sulla bocca. Alla sua sinistra riconobbe i due soldati con cui aveva cenato la sera prima. E con loro un altro, un tenente.
“Maledetti!” Batsheva fece per avventarsi su di loro, ma il sottotenente tirò fuori la sua pistola e gliela puntò alla testa “Non un altro passo ragazzina, tuo padre ha tentato di aggredire i miei uomini, e loro si sono dovuti difendere” Gast capì tutto. Ricordò la notte precedente, quei discorsi. Si ricordò di quanto i due soldati fossero ubriachi già a metà cena, e pensò che forti di tutte le assurdità di cui lui e molti altri prima di lui avevano riempito i loro cervelli, avevano buttato giù quell’uomo, credendo di divertirsi un mondo. No, non erano stati aggrediti, la colpa era solo sua. Si guardò le mani, erano di nuovo macchiate di sangue, stavolta però conosceva fin troppo bene la sua vittima, e anche il suo volto. E il volto dei suoi cari. Guardò Batsheva che cercava di ricacciare indietro le lacrime mentre stava dritta di fronte alla pistola puntata alla sua tempia, poi guardò sua madre e comprese che ancora una volta non avrebbero avuto giustizia, perché sarebbe stato messo tutto a tacere: “In fondo la vittima non era altro che un ebreo”, questo Gast leggeva negli occhi del tenente mentre teneva la pistola puntata contro la ragazzina. ‘E invece era una persona, non era un ebreo’ pensò, e gli fu chiaro cosa avrebbe dovuto fare. Urlò ‘Sieg Heil’ al Tenente col braccio teso e mentre gli rispondevano meccanicamente, con un gesto fulmineo, prese la pistola e sparò in testa a tutti e tre. Si voltò per un secondo verso Batsheva, che aveva la bocca spalancata, poi guardò il mare e vi si buttò, come se quell’acqua gelata, abbracciandolo, potesse purificarlo. Non gli importava dove sarebbe andato, aveva saldato il suo debito, e voleva essere libero. Fritz era morto, così nessuno l’avrebbe ricordato, sarebbe diventato schiuma del mare. Mentre affondava,per la prima volta da tanto tempo, fu pervaso da un senso di pace.
 

Batsheva, sua madre e la piccola Leah stavano in piedi dentro la sinagoga di Manhattan. Lei ancora non credeva in Dio, ma aveva deciso che a sua madre non l’avrebbe mai detto. Quel giorno gli animi in sinagoga erano tristi, si commemoravano le vittime delle persecuzioni, e dei parenti dei membri della sinagoga che non erano riusciti ad emigrare in America, e non ce l’avrebbero mai fatta; Il rabbino scandiva i nomi a voce bassa, in ordine alfabetico. Quando nominarono suo padre, a Batsheva scese una lacrima, sua madre emise un lamento. “Gast Van Groot” disse il rabbino alla fine. Nessuno sapeva chi fosse, ma tutti pregavano ugualmente per lui. A Batsheva era rimasto bene impresso il suo nome quando l’aveva annunciato al Capitano di quella nave, tre anni prima. Così l’aveva fatto inserire nell’elenco che il rabbino scandiva ogni anno. Perché era questo che Batsheva aveva capito, più chiaro che mai, quella notte, quando si erano guardati negli occhi: che non importava chi fosse il persecutore e chi il perseguitato, non importava che si combattesse per una parte o per l’altra. Loro due, entrambi, erano vittime della guerra. E l’unica persona al mondo che portò in sé il ricordo di Gast finchè visse, fu proprio lei, un’ebrea.

 

Ludovica Dettin, III F





 Scrivi alla Redazione  Versione stampabile  Invia questo articolo
Credits