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Cultura  / Letteratura

Monica

 

Pubblichiamo il racconto classificatosi tra i vincitori del concorso letterario "Schiuma della terra" e promosso dall’I.I.S. "G. Brotzu", si tratta di "Monica", scritto da Sara Gambarau, studentessa della V C del Liceo Scientifico "G. Brotzu"

 

"Ecco il mio segreto. È molto semplice:

non si vede bene che col cuore.

L’essenziale è invisibile agli occhi"

( Antoine de Saint-Exupéry  )

 

Svolto l’angolo, vedo l’uscita e inizio a correre. Anche se so che ormai è troppo tardi, che mi ha riconosciuta.

«Monica?»

Monica, Monica, Monica.

Il mio nome riecheggia nel corridoio. Mi insegue, mi tira per la manica, mi invita a fermarmi, ma non posso vedere nessuno, non adesso, non quando mi sento così fragile che un soffio di vento potrebbe spazzarmi via.

Richiudo la porta dietro di me, nel vano tentativo di far perdere le mie tracce, ma a giudicare dallo scalpiccio di passi al di là di essa so già che non funzionerà. Mi trovo sul pianerottolo di una scala esterna che porta ai parcheggi: potrei sgattaiolare via, ma sono troppo debole per tentare un’ulteriore fuga.

«Monica?» La porta si riapre alle mie spalle per lasciare entrare qualcuno, e dalla voce direi che si tratta di una donna.

Mi aggrappo alla ringhiera in ferro che quest’ora brucia come ghiaccio e la stringo tra le dita sino a farmi male. Assaporo la sensazione del gelo che morde la mia pelle, scava una via nelle mie ossa, e sfiora lo squarcio pulsante che ho nel petto. Rabbrividisco, ma non per il freddo.

Appena mi volto, lei va in estasi. «Monica! Non posso crederci, sei proprio tu! Ti ricordi di me? Accidenti, quanto sei cambiata! Sono Rachele, Rachele Melis.» Rachele Melis. Indietreggio istintivamente. Non è possibile dimenticare chi ti calpesta, nemmeno se quando l’ha fatto seguiva la mandria, e i suoi piedi erano solo un paio tra centinaia di altri. Mi tende la mano. La stringo come se potesse mordermi.

«E’ da un secolo che non ci vediamo!», continua, abbagliandomi con un sorriso usa-e-getta, mentre ci sciogliamo dalla stretta. «Come stai?»

«Bene.» La risposta è automatica, secca, come il rumore di un libro sbattuto su un tavolo. Non ho voglia di parlare, ma non vorrei essere scortese, perciò mi mordo il labbro inferiore per evitare che mi sfugga qualcosa.

«Ancora non posso credere di averti incontrata! Anche a te piace venire la sera a teatro? Ero uscita un attimo per fare una chiamata - non volevo disturbare nessuno e poi se anche non l’avessi fatto mi avrebbero comunque buttata fuori - e ti ho incrociata proprio mentre stavo per tornare nella sala. All’inizio devo ammettere che non ti avevo riconosciuta, ma poi dopo che mi hai superata mi sono chiesta: “quella non è Monica?” e ho provato a chiamarti ma sicuramente non mi hai sentita perché non ti sei fermata – non ci crederai ma per un attimo ho anche pensato che avessi accelerato, a volte sono proprio una sciocca!

Comunque mi sono detta che non sarebbe successo niente se avessi perso un minuto di spettacolo in più…» All’improvviso si accorge che qualcosa non va, e si blocca nel mezzo di una frase; l’incertezza fa capolino nel suo sguardo, vedo della confusione nella sua bocca, che adesso forma una piccola “O”. «Ti senti male?»

Ma non vede che ho bisogno di stare da sola?

Costringo gli angoli delle mie labbra a piegarsi all’insù, mentre in realtà avrei voglia di piangere. «No, sto benissimo.»

Non ha senso dire la verità, non è questo che vuole sentire: certe domande, “Come va?” e tutte le sue possibili varianti, cessano di avere un significato e diventano solo una serie di suoni, note di una canzone che non ha niente da dire. E se anche le dicessi ciò che penso o come mi sento, non capirebbe nemmeno. Non quando la maggior parte delle persone cerca in continuazione la compagnia e l’attenzione altrui per evitare di stare sole con se stesse. «Sono solo un po’ stanca.»

Mi fissa in trepidante attesa. So che vuole che aggiunga qualcosa, che mi attenga al “protocollo”, ma le parole che aspetta si sono incastrate in fondo alla gola e devo sforzarmi per farle rotolare giù per la lingua. «E tu?»

Non ascolto la risposta. Sono a malapena consapevole del fatto che abbia cominciato a riversarmi addosso tutto quello che le viene in mente. Tento di assumere un’aria interessata, ma il massimo che riesco a ottenere è un sorriso di scuse, nient’altro che il riflesso della mia coscienza sporca. Perché per quanto mi sforzi, non riesco a trovare né lei né questa conversazione interessante, e mentre mi racconta la sua vita mi chiedo che senso abbia macchiare il silenzio con parole vuote. Sono sicura che neanche lei sia interessata a me, ma per qualche strana ragione finge di esserlo; so benissimo che non appena me ne sarò andata il sorriso colerà giù dal suo viso come trucco sbavato, prenderà qualcuno sottobraccio e inizierà a sibilare dietro la mia schiena.

All’improvviso si sgonfia e dice che deve tornare dentro. È stata così contenta di vedermi. Dobbiamo uscire una volta o l’altra.

Impiego un po’ a liberarmene, ma alla fine se ne va, e rimango sola. Sento il sorriso sbiadire sul mio volto. Dentro di me, il dolore è una pulsazione sorda. Inspiro a fondo l’aria tagliente, e avverto il suo tocco purificatore sfiorare i lembi della ferita. È ironico che sia l’unica cosa in grado di rimarginarli.

Non me la sento di tornare indietro, così scendo le scale e decido di fare una passeggiata. Mentre cammino mi guardo intorno. Osservo le persone senza che se ne accorgano, e ad ogni occhiata furtiva rubo attimi della loro vita. Se ne vanno in giro fiduciosi, i cuori appuntati al petto come una spilla; non sanno che lì, in bella mostra, potrebbero attirare l’attenzione di qualcuno, non si rendono conto di quanto siano vulnerabili, che basterebbe allungare appena la mano per toccarlo, graffiarlo, portarglielo via.

 

 

L’idea che il cuore possa guidarci è romantica, ma per me non è che una mezza verità. Il cuore non è condizionato dall’apparenza, ed è quindi in grado di vedere ciò che gli occhi non possono, ma è anche vero che per lui altre cose sono invisibili. Inoltre è inaffidabile, impulsivo, un pazzo incosciente: il tipo che si butta in mezzo alla strada senza guardare per inseguire una farfalla, e viene messo sotto da una macchina. Un tempo anch’io ero così ingenua. Portavo il mio cuore in giro come un bambino un palloncino alla fiera, che poi piange quando qualcosa o qualcuno glielo buca. Adesso noto l’assoluta mancanza di prudenza, e mi sento svenire. È rischioso lasciarlo libero di fare ciò che vuole, di saltare in braccio a degli sconosciuti, di passare da una persona all’altra, quando chiunque con il minimo sforzo può calpestarlo. A me è successo, e ho dovuto raccogliere i pezzi; li ho ricuciti e rimessi assieme con pazienza, mentre il buio cercava di inghiottirmi, le mani mi tremavano, e la mia unica luce era la speranza. Ma non è più tornato come prima. Era così fragile, così vulnerabile, che fui costretta a smettere di portarmelo appresso e a rinchiuderlo in un posto segreto, così che nessuno potesse più fargli del male. Da quel momento in poi al suo posto, nel mio petto, è rimasta una voragine; spesso mi sento così vuota da temere che qualcuno possa vedermi attraverso.

 

Insieme al cuore, anche la fiducia negli altri si sbriciolò, ma in frammenti così sottili e affilati che non riuscii a raccoglierli. Gradualmente, quasi senza accorgermene, iniziai a prendere le distanze, facendo un passo indietro quando nessuno mi guardava: non volevo che qualcuno capisse, e decidesse di buttare giù le fondamenta del muro che avevo appena cominciato costruire, non prima che diventasse impossibile farlo.

 

Mentre abbandono le strade più affollate e m’infilo in una via laterale, penso che la solitudine abbia un sapore dolce ma un retrogusto amaro; che sia libertà, ma anche prigione; che sia spazio, ma anche vuoto. E che la vera solitudine non consista semplicemente nello stare da soli, come spesso si è portati a credere, ma nello stare in mezzo agli altri e sentirsi tagliati fuori. Il ricordo di me stessa a teatro quella sera si sovrappone e si fonde con quelli di episodi passati: mi vedo rannicchiata in silenzio sulla poltroncina, prima che inizi lo spettacolo, intenta a osservare le altre persone vivere. Il frastuono è assordante, la sala pulsa di energia, le risate pungono come spine; la Barriera di ghiaccio inizia a sciogliersi e mi inumidisce le guance, ma un solo pensiero è quello che fa breccia, che penetra tra una costola e l’altra e riapre lo squarcio: la consapevolezza che nonostante fossi circondata da una marea di persone, nessuno se ne sia accorto.

Ed è per questo che me ne sono dovuta andare.

A volte succede che la ferita si riapra, poiché non è mai guarita del tutto. Ogni persona emana delle vibrazioni; io immagino che siano cerchi concentrici, come le increspature che sbocciano sulla superficie dell’acqua quando su di essa si fa rimbalzare un sasso. Quelle prodotte da uno o un gruppo ristretto di persone sono impercettibili e non sono difficili da sopportare, ma quando sono circondata da una folla mi sento come un foglio di carta in balia del vento o uno scoglio isolato squassato dal mare in tempesta. È una sensazione simile all’udito: la musica troppo alta mi stordisce, ma ho imparato ad apprezzare altri suoni oltre al silenzio: il canto del violino in sottofondo, il crepitio del fuoco nel camino, il tamburellio della pioggia sui vetri, il fruscio delle pagine di un libro o dell’aria sotto le ali di una cornacchia… È una questione di equilibrio: più persone ci sono e più sono vicine, maggiore è la quantità delle onde che infrangono sulla Barriera e maggiore è l’intensità cui mi colpiscono; poiché non tutte possono essere bloccate, alcune riescono ad attraversarla. In quel caso i punti che mi tengono insieme si sfaldano e la voragine riprende a sanguinare.

Allontanarmi dagli altri è il solo modo che conosco per proteggermi, la strategia che ho adottato per sopravvivere. Probabilmente non è perfetta, e altri al mio posto ne avrebbero ideato una più efficace, ma funziona, ed è questo l’importante. Chi non ha mai fatto un’esperienza abbastanza intensa da frantumarsi non può capire. Ed è per questo che spesso, davanti a una realtà che non riescono comprendere, al diverso, come qualcuno che ne porta il marchio nello sguardo schivo, nella chiusura delle spalle, in un sorriso incerto, nel loro animo si annidi l’ombra velenosa del disprezzo. Lo so perché l’ho vista corrodere chi mi stava intorno, perché l’ho sentita parlare attraverso la loro voce e appropriarsi delle loro labbra, quando ribollivano di altri sentimenti negativi che l’hanno portata in superficie. Un esempio è proprio Rachele, che ho avuto il piacere di rincontrare oggi.

Credo che ognuno sia il frutto delle sue esperienze, e che queste plasmino il nostro carattere, il nostro atteggiamento nei confronti della vita e nelle relazioni con gli altri; se una persona si comporta in un certa maniera c’è sempre un motivo, anche se noi non lo conosciamo, perché la realtà non è una sola, la nostra, ma è come una pietra preziosa; ha tante sfaccettature, e noi siamo solo una di queste. È più facile dimenticarsi che anche gli altri soffrano o abbiano sofferto e giudicarli sulla base del nostro modo di pensare, odiarli anche, piuttosto che mettere da parte noi stessi per un attimo, scivolare via dalla nostra pelle ed entrare nella loro.

L’empatia è per il cuore ciò che la vista è per gli occhi, è l’arte di sincronizzare il proprio battito a quello degli altri. Sono sicura che se fosse più diffusa, il mondo sarebbe un posto più sereno. E il fatto che io finga di non avere un cuore e lo rinchiuda tra le pagine dei libri, come un uccellino in una gabbia d’oro, non lo rende insensibile, anzi; percepisce gli altri volare fuori dalla finestra così intensamente da farmi soffrire.

Quando torno a casa non c’è nessuno ad accogliermi, a parte il silenzio, perché il mio cuore, sì, batte; ma ha da tempo smesso di cantare.

 

Sara Gambarau V C





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