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Cultura  / Riflessioni e pensieri

Tommaso Campanella

Una vita tra complotti, carcere, torture e fughe
Tommaso Campanella fu un filosofo, teologo, poeta e frate domenicano italiano. Egli nacque a Stilo, in Calabria, il 5 settembre del 1568, e a soli quattordici anni entrò nell’ordine domenicano assumendo il nome di Tommaso e dedicandosi agli studi di teologia, metafisica e di opere aristoteliche. Si accorse ben presto che l’abito religioso non lo soddisfava, poichè era convinto che non esistesse solo la filosofia scolastica e che la natura potesse essere osservata per quello che era, senza schemi precostituiti. Così già dal 1589 si può osservare la sua piena adesione al naturalismo di Telesio con una cornice neoplatonica.
Nel 1590 si trasferì a Napoli iniziando gli studi scientifici legati a quelli alchemici e magici. Nel 1591 venne arrestato con l’accusa di pratiche demoniache e condannato ad un anno di carcere. Giunto a Padova incontrò Galilei, ma venne arrestato e più volte torturato dall’Inquisizione. Per sopravvivere fu costretto ad abiurare i suoi scritti. Nel 1597 venne arrestato per la quarta volta e gli fu vietato di scrivere.
Intorno al 1600, trasferitosi in Calabria, progettò la costituzione di una Repubblica Calabrese ideale, comunista e teocratica: per far ciò sarebbe stato necessario cacciare gli Spagnoli ricorrendo anche all’aiuto dei Turchi. Campanella, sospettato di congiura, venne trasferito a Napoli, rinchiuso a Castelnuovo e accusato nuovamente di fronte al Santo Uffizio. Essendo relapso, cioè recidivo di eresia, gli sarebbe spettata la pena capitale, ma si finse pazzo per aver salva la vita. Così venne torturato e rinchiuso per ventisette anni in prigione. Qui scrisse varie poesie e le sue opere maggiori tra cui Metafisica, Teologia e Città del Sole.
Nel 1616 intervenne nel processo contro Galileo Galilei pronunciando l’Apologia di Galileo.
Tra il 1626 e il 1629, Campanella venne scarcerato e andò a vivere per cinque anni a Roma, dove fu consigliere di Urbano VIII per le questioni astrologiche. Pochi anni dopo fuggì in Francia dove, protetto dal cardinale Richelieu e ospitato benevolmente da Luigi XIII, trascorse gli ultimi anni della sua vita attendendo la pubblicazione delle sue opere. Morì il 21 maggio del 1639.
 

Dalla Metafisica alla Rivoluzione
In età giovanile Tommaso Campanella si rifece al naturalismo di Bernardino Telesio, secondo cui alla base della natura vi sono tre principi, caldo, freddo e massa corporea, frutto della creazione divina che ha voluto donare a tutti gli esseri la sensibilità, in quanto è comune a tutti gli enti la struttura della natura.
Il naturalismo di Campanella è un’esasperazione di quello telesiano, in quanto egli sostiene che tutta la conoscenza è legata all’azione dei sensi e non alla razionalità, che deriva invece dalla sensazione.
Telesio inoltre afferma che la conoscenza si identifica con il contatto tra l’organo di senso e il sensibile, mentre Campanella sostiene che il conoscere non si risolve esclusivamente in una pura passività dell’organo di senso, ma implica una consapevolezza di fondo di sentire, cioè l’essere consapevole di essere modificato da un oggetto esterno. Perciò, l’atto del conoscere s’identifica con la consapevolezza di sentire. Il soggetto dovrà chiarire questa consapevolezza interiore.
Inoltre Campanella, a differenza di Telesio cerca di rivalutare l’uomo e individua due tipi di conoscenza: una innata e una esteriore. La prima, definita “sensus additus”, è la condizione di ogni altra conoscenza in quanto conoscenza di sé, un sapere originario di cui non si può dubitare, mentre la seconda, definita “sensus abitus”, è la conoscenza del mondo esterno. Il sensus additus è proprio non soltanto dell’anima umana, bensì appartiene a tutte le cose naturali ed è la conoscenza che l’anima ha di se stessa: questo sarà il punto di partenza della filosofia cartesiana basata sul cogito.
Campanella sostenendo che i tre principi sono frutto della creazione divina, si rifà a un Dio, ben differente da quello telesiano, che si manifesta al mondo, creandolo e governandolo attraverso le primalità potenza, sapienza e amore illimitate, le quali vanno a costituire l’essenza di tutte le cose. Nelle cose finite, però, che possiedono sia l’essere che il non essere, vi saranno le primalità dell’essere, ma limitate da quelle del non essere, l’impotenza, l’insipienza e l’odio. La scoperta delle tre primalità equivale per Campanella alla distruzione della tirannide, dei sofismi e dell’ipocrisia, e quindi di tutti i mali che da questi derivano nel mondo.
La filosofia , per il filosofo, doveva essere la leva per la realizzazione di una riforma politica che eliminasse i mali dal mondo e lo restituisse alla giustizia e alla pace. E tale in realtà fu l’interesse dominante di tutta l’opera di Campanella, la quale si sviluppa gradualmente dalla fisica alla metafisica, sino alla costituzione della teologia come fondamento dell’unità religiosa del genere umano e della sua unificazione politica.

L’Utopia e la Città del Sole
Questo progetto politico- religioso viene esposto ne La Città del Sole, dove Campanella vagheggia l’instaurazione di una felice e pacifica repubblica universale retta su principi di giustizia naturale e governata da un principe sacerdote, detto Sole o Metafisico, assistito da tre principi collaterali, Pon, Sin e Mor (Potenza, Sapienza e Amore). La città, in cui vigono la comunione dei beni e delle donne, è una città utopistica e non reale perchè Campanella ritiene che non esista uno stato in cui vengono rispettati i principi di giustizia e uguaglianza.
Per quanto riguarda la religione dei solari, Campanella riconobbe e difese il cattolicesimo come religione naturale e innata, conforme alla ragione e quindi comune a tutti i popoli ed universale. Tutte le altre religioni invece, furono ritenute imperfette e acquisite, e da qui la religione naturale come fondamento di esse.
 

Io nacqui a debellar tre mali estremi
Di seguito una delle poesie più celebri di Campanella 

 

Delle radici de’ gran mali del mondo

Io nacqui a debellar tre mali estremi:
tirannide, sofismi, ipocrisia;
ond’or m’accorgo con quanta armonia
Possanza, Senno, Amor m’insegnò Temi.
Questi princìpi son veri e sopremi
della scoverta gran filosofia,
rimedio contra la trina bugia,
sotto cui tu, piangendo, o mondo, fremi.
Carestie, guerre, pesti, invidia, inganno,
ingiustizia, lussuria, accidia, sdegno,
tutti a que’ tre gran mali sottostanno,
che nel cieco amor proprio, figlio degno
d’ignoranza, radice e fomento hanno.
Dunque a diveller l’ignoranza io vegno.

 

Inoltre, secondo recenti ipotesi, Campanella avrebbe avuto tendenze omosessuali; di seguito è riportata parte della corrispondenza che egli tenne con il suo compagno di cella la notte del 14 aprile del 1600, pervenutaci grazie alle trascrizioni di una spia che dovette verificare che la pazzia del frate fosse vera e non simulata:

Fra Tomase: “O fra Pietro, perché non opri qualche modo e dormiamo insiemi e godemo".
Fra Pietro: “Volesse Dio, e dovesse dare dieci docati alli carcerieri ; e a te, cor mio, te vorria dare vinte basate per ora.”

Altra testimonianza della presunta omosessualità è data da alcuni versi del sonetto dedicato appunto a Petrillo Cesarano, nipote del medico che curò Campanella dopo la tortura:

Bellissimo fanciullo oggi è comparso,
qual luce all’oscurissima mia vita,
temperando la mia doglia infinita,
in sue domande onestamente scarso. [...]

[...] Glorioso garzon, che ’l cor mi pungi,
di castissimo amor usando l’arco,
e nuovo senno al mio perduto aggiungi [...]

 

Le torture e la finta pazzia
I verbali delle torture subite da Tommaso Campanella mostrano come egli, finito nelle mani dell’Inquisizione romana e messo sotto tortura, decise di fingersi pazzo per porre fine a quello strazio; per verificare se effettivamente fosse impazzito, lo torturarono per varie ore per osservare le sue reazioni:
E cosí i Signori ammonirono lo stesso fra Tommaso a voler smettere la simulazione di follia e di insipienza, perché era ormai giunto il momento di ravvedersi, altrimenti sarebbe andato incontro a grossi guai.”
Allora Campanella, sotto tortura, esclamò: “vedo cavalli bianchi!”;
Allora i Signori giudici, dando esecuzione alla lettera dell’illustrissimo e reverendissimo signor Cardinale di Santa Severina datata da Roma il 24 marzo prossimo passato, allo scopo di mettere alla prova la simulazione predetta, ordinarono che lo stesso fra Tommaso venisse sottoposto al supplizio chiamato “la veglia”, cioè posto su un supporto di legno, sopra del quale venne legato; e mentre si cominciava a legarlo disse: “Legatimi bene. Vedete che mi stroppiati. Ohimè, Dio! Ohimè, Dio!”. E fu legato a sedere su quel supporto detto “il cavallo”, con le mani dietro le spalle, appeso alla fune della tortura, ed era l’undicesima ora.”
Dopo varie ore di tortura Campanella venne riconosciuto pazzo e liberato, ebbe ancora la forza per esclamare sotto voce: “pensavano che fossi coglione e ch’io dicea!




 





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