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Cultura  / Storie, racconti, poesie

Sorelle

SORELLE

Anno: 1606

Protagonista: Victoria, pag. 256*

Dida: Murgia Sisinna, Villanova

 

Arianna Arru, Carla Busonera

Marta Cogoni, Sabrina D’Alessandro

Cristina Sanna

 

*il numero della pagina fa riferimento all’appendice contenuta in Mischineddus.

 

 Era pomeriggio, pioveva, e Victoria come suo solito girovagava nell’ospedale Santa Maria Degli Angeli, amava osservare le infermiere e i dottori prendersi cura dei malati proprio come le mamme fanno con i propri figli, le piaceva immedesimarsi in quei bambini che diversamente da lei avevano l’amore dei genitori. Ad un certo punto l’atmosfera cambiò, ci fu una confusione proveniente dall’andito delle sale operatorie: «Codice rosso! Codice rosso!». Victoria impaurita ma allo stesso tempo incuriosita decise di avvicinarsi verso il luogo per capire la causa di tale confusione. Avvicinandosi, notò due signori seduti fuori dalla sala operatoria, che piangevano disperatamente. Victoria decise di sedersi lì ad aspettare, ma solo dopo un’attesa di due,tre ore scoprì che il paziente era una bambina che aveva all’ incirca la sua età. Quando la mattina uscì dalla sala operatoria venne portata in una stanza per riposare dopo il tragico incidente. Victoria riuscì a capire cosa era accaduto dalle parole che i dottori stavano rivolgendo ai genitori della ragazza.

  Presa dalla curiosità, senza nemmeno pensarci o accorgersene, finì nella sua camera d’ospedale e mentre l’altra ragazza dormiva beatamente, avvicinandosi al suo letto inciampò in uno sgabello che facendo un gran fracasso svegliò Clara. Stropicciandosi gli occhi la guardò ignara di chi avesse davanti e impaurita le domandò: «Chi sei?». Victoria timida, come suo solito, esitò a rispondere ma poi disse: «Il mio nome è Victoria. Qual è il tuo nome?». Clara che non era solita dare confidenza agli estranei, ma guardandola negli occhi vide qualcosa di familiare e capì che di lei si poteva fidare. Iniziarono a conversare e a conoscersi e persero la cognizione del tempo. Scoprirono di avere solo un anno di differenza e tante cose in comune; una delle poche cose che non avevano in comune era il fatto che Clara avesse i genitori mentre Victoria no.

  Da quel giorno le due ragazze passarono tanto tempo insieme: Victoria andava tutti i giorni a trovare Clara nella sua camera d’ospedale e come suo solito le portava una mela rossa, le piaceva portare le mele rosse alle persone a lei care poiché erano una delle poche cose che aveva da dare. Passarono alcune settimane e giunse il momento per Clara di lasciare l’ospedale, però era molto triste al pensiero di lasciare la sua nuova amica. Oltretutto non voleva nemmeno parlare ai genitori della sua nuova amicizia, sapeva che i genitori non l’avrebbero accettata, perché consideravano inappropriato fare amicizia con le "poveracce". Tornata a casa si distese sul letto a pensare a ciò che era accaduto: l’incidente, l’incontro con Victoria, le ultime vicissitudini passate in quelle quattro settimane. Capì subito che il fatto che le era rimasto più a cuore era la conscenza della sua nuova amica di cui aveva tanta nostalgia. Passò una settimana, arrivò il giorno in cui la tata doveva accompagnarla alla visita di controllo. Arrivate all’ospedale il suo sguardo cercava solo il viso di Victoria, si guardava intorno attendendo soltanto di vedere i suoi occhi, ma niente.. nessuna traccia di lei. Dopo la visita di controllo, mentre andava via, finalmente la vide. La guardò e le disse «Mi sei mancata…!». Non c’erano parole più sincere delle sue, dopo tanti giorni passati ad aspettarla, finalmente la rivedeva. Victoria la guardò e senza fiatare l’abbracciò così intensamente da stritolare il suo esile corpo. Clara sapeva che l’unica cosa che avrebbe voluto fare era stare con lei, ma doveva tornare a casa e non le andava affatto di lasciarla lì in mezzo a tutti quei malati e a tutte quelle persone così poco familiari. L’unica cosa che le passò in mente in quel momento era di portarla via con lei ma tra sé e sé pensava «Non posso! E’ una pazzia! Come posso nasconderla? Come?», ma un’altra parte di lei, le era troppo legata e aveva assolutamente bisogno di portarla con sé. Le venne un’idea geniale, la guardò e le sussurrò all’orecchio «Devi fidarti di me, ti porto via da qui, ho bisogno di te. Sei la mia migliore amica». Senza nemmeno pensarci due volte si incamminarono verso l’auto, guardò la Tata Matilda e le disse «Ti prego, lei deve venire con noi, promettimi che non lo dirai a mamma e papà, sai bene che non lo accetterebbero.» «Ma signorina Clara, come posso mentire ai suoi genitori?» «Puoi, te lo chiedo io, per favore».

  Arrivate a casa, Clara prese Victoria e facendola camminare in punta di piedi, la portò in camera sua, senza farla vedere o sentire da nessuno. Era una stanza grande, con un letto matrimoniale, coperte rosa cipria e tantissime bambole di porcellana, tutte messe in ordine con il vestito ben stirato e coordinato al colore degli occhi di ogni singola bambola. Non aveva bene idea di dove l’avrebbe nascosta, ma sapeva che quella sera avrebbe avuto un po’ di tempo per parlarle e per confidarsi con lei. «La tua camera è bellissima, avrei voluto anche io avere una stanza così da piccola» disse Victoria, «Perché la tua com’era?» rispose Clara, «La mia non era una vera e propria camera...» disse, guardandosi allo specchio. I suoi occhi verdi iniziavano ad inumidirsi e le lacrime iniziavano ad affiorare, a scendere lente sulle gote rosse. «Era piccola, non tutta per me. Vivevo con tante ltre ragazze, sai, i miei genitori mi hanno abbandonata quando ero piccola. Così mi hanno detto le mie tate, ma non so se sia vero, non so quale sia la verità. Beh, vivevo in una stanza con tante altre ragazze, il mio letto non era grande quanto il tuo, non era così morbido e le coperte non erano affatto di questo bel colore acceso, ma cupe e grigiastre come il viso di ogni ragazzo o ragazza che viveva con me. Sai Clara... la mia non è stata certo un’infanzia facile». «Non mi avevi mai detto queste parole, non sapevo avessi un passato così triste» rispose Clara. Victoria si guadava allo specchio: i suoi capelli ricci e neri come la pece, gli occhi verdi come i prati in primavera, le labbra sottili come le foglie che cadono d’autunno e il suo corpo magro e privo di forze come chi ha vissuto per tanti anni combattendo con tutta se stessa. Continuava a guardarsi: riaffioravano in lei tutti i ricordi di una vita passata, tutti i visi dei bambini che vivevano con lei, ed il viso di sua madre che l’aveva abbandonata. Quell’immagine sgranata e cupa di una donna con gli occhi verdi e pieni di amore come i suoi. L’amica si avvicinò a lei e la abbracciò, si guardarono intensamente allo specchio. Clara era una ragazza piccola, con gli occhi nocciola ed i capelli castano chiaro, quasi biondo cenere. Era sorridente e solare, estroversa e molto simpatica. Erano due ragazze così diverse, ma davanti a quello specchio si sentivano unite, una cosa sola. All’improvviso si udì un rumore, la porta si aprì e Victoria fece giusto in tempo a nascondersi dentro l’armadio. Una donna dall’aspetto elegante entrò senza bussare nella camera, e le disse di scendere che la cena era servita sulla tavola. Nel frattempo Victoria riuscì a scorgere da un piccolo spiraglio dell’armadio la donna e subito intuì che il suo viso le era particolarmente familiare.

  Dopo alcune decine di minuti, Clara tornò nella stanza e sussurrò «Ehi, esci fuori, sono tornata!». Victoria uscì dall’armadio e la vide con in mano un fazzoletto con dentro gli avanzi della cena. Dopo essersi goduta un pasto che per lei era una prelibatezza, per le due ragazze venne l’ora di andare a letto. Scese la notte e Clara sistemò nel soppalco delle coperte su cui far dormire Victoria, anche se non era un’ottima sistemazione accettò senza esitare. Victoria salì sul soppalco, si infilò sotto le coperte e tirò fuori dalla maglia una catenina d’oro, un medaglione al cui interno c’era una suo foto da piccola. Le diede un bacio come suo solito, chiuse gli occhi e si addormentò.

  La mattina seguente Victoria e Clara si alzarono in fretta e furia, si prepararono, misero le coperte in ordine e dopo aver fatto colazione con la tata Matilda, uscirono senza farsi vedere. Andarono via passando dal giardino, e poi dalla orta sul retro, scavalcando il recinto per uscire e andare al parco con tutti gli altri ragazzi della loro età. Era tutto così complicato per loro, mantenere un segreto così grande era un problema per entrambe e le storie erano tanto confuse. Clara non riusciva a scordare le parole di Victoria riguardo la sua età, non riusciva ad accettare che lei avesse tutto ciò che desiderava mentre la sua migliore amica non aveva altro che lei. I racconti confusi di Victoria suscitavano alla mente di Clara pensieri, domande, quesiti di cui voleva conoscere le risposte. Le due ragazze camminavano sul ciglio della strada, con il vento tra i capelli, ormai era arrivato l’autunno senza che se ne accorgessero e le foglie iniziavano a ingiallire, a scurirsi e a diventare sempre più secche e sottili. «Posso chiederti una cosa?» disse Clara rivolgendosi a Victoria, «Certo! dimmi pure» le rispose, «Dove sono i tuoi genitori? Come possono averti abbandonato?», esclamò Clara con estrema curiosità. «Non so dove siano i miei genitori, né chi siano, avevo tre anni quando mi hanno portato a giocare con altri bambini e non sono più venuti a prendermi. Le tate mi hanno adottata e mi hanno portata in un orfanotrofio con tanti altri bambini di cui si prendevano cura. L’unica cosa che ricordo è il viso di mia madre, un viso dolce, e i suoi occhi, proprio come i miei, non potrei mai dimenticarli». Clara, in una frazione di secondo, si rese conto che erano proprio i suoi occhi brillanti e pieni di amore che le trasmettevano tutta la fiducia che aveva in lei. In un attimo arrivarono al parco e la loro conversazione si interruppe a quel punto, senza mai andare oltre.

  Mentre le due ragazze giocavano al parco, la madre di Clara, con un fazzoletto tra i capelli e le occhiaie agli occhi, riordinava le stanze. Quando arrivò nella camera della figlia pensò subito di doverla punire per tutto il disordine che c’era, ma quando guardò le lenzuola le coperte del letto, si rese conto che era il caso di cambiarle. Salì sul soppalco prese le lenzuola con le rose e la coperta rossa coordinata e riscese. Sentì uno strano suono nel silenzio di quella casa vuota, era il rumore di qualcosa di metallo che era caduto e risuonava nelle sue orecchie. Abbassò lo sguardo e vide un medaglione sul parquet, scese dalla scala, posò le coperte e lo guardò incuriosita. Aveva già visto quel medaglione ma non sapeva dove, lo aprì e in un solo secondo le si fermò il cuore. Gli occhi spalancati, immobili, come di chi aveva scoperto una verità straziante. Ma lei quella verità l’aveva davvero scoperta dentro quel medaglione. Corse nella sua stanza, cercò nella sua scatola dei ricordi e trovò ciò che cercava: l’altra metà della foto che stava sul medaglione, la foto che la ritraeva con la sua bambina. Si sedette sul letto e si fermò a pensare, cercava di asciugarsi le lacrime, ma erano troppe, inarrestabili. Pensò a Clara, alla sua famiglia a suo marito, e indecisa, non sapendo cosa fare, si rivolse a se stessa e si disse: «Forse hai sbagliato, forse hai commesso l’errore più grande della tua vita, ma ormai sei arrivata a questo punto e non puoi tornare indietro». Si fece coraggio, ripose il ciondolo nella sua scatola e continuò a svolgere le faccende di casa con le lacrime agli occhi. Quando Clara e Victoria tornarono a casa, Victoria si accorse subito di aver perso il suo magico ciondolo, il ciondolo che una persona speciale le aveva regalato. Lo disse a Clara e in fretta e furia lo cercarono nella stanza, la controllarono la cima a fondo, ma non trovarono nessuna traccia del gioiello. Victoria era in lacrime, era il suo ciondolo, l’unico vero ricordo che aveva. Clara non sapeva come frenare le sue lacrime, non sapeva cosa fare allora si decise a scendere di sotto e andare dalla domestica per chiederle se avesse trovato qualcosa. «Matilda! Matilda! Ho bisogno di te!». Matilda rispose «Mi dica signorina Clara». «Per caso hai trovato un ciondolo quando hai fatto le pulizie?». «Signorina Clara, le pulizie le ha fatte sua madre, avevo un impegno importante stamattina». Clara pensò subito di essere nei guai, se non avesse trovato il ciondolo Victoria non si sarebbe più ripresa, corse subito dalla madre e le chiese se avesse trovato il ciondolo. La madre le rispose di non aver trovato nulla con tono minaccioso, ma Clara si accorse che quel tono tradiva una menzogna, la madre le disse che aveva solamente cambiato le lenzuola.

  La verità era che la madre non poteva rivelare il suo grande segreto ma si rendeva conto che ormai, da quel giorno, quel segreto non era più solo suo. Quel ciondolo apparteneva a Victoria, ma che legame aveva con la madre di Clara? Clara aveva capito che il ciondolo lo aveva sua madre, ma non capiva perché non volesse darglielo, allora andò da Victoria e le anticipò che avrebbero dovuto parlare di qualcosa che non le sarebbe piaciuto dire così facilmente. Si sedettero sul letto, si guardarono e Clara esclamò: «Perché quel ciondolo è così importante per te?» «Me l’ha regalato mia madre quand’ero piccola, è l’unico ricordo che ho di lei...». Clara non sapeva che fare: la madre aveva il ciondolo di Victoria per non si sa quale motivo e Victoria voleva il suo ciondolo. Immersa nei suoi pensieri lasciò che calasse la notte. Dopo aver cenato e dopo aver messo Victoria a letto, scese di sotto, fece le scale piano piano e vide la mamma su una poltrona con il ciondolo di Victoria in mano, arrabbiatissima, quasi inferocita, corse da lei e glielo strappò dalle mani. «Questo ciondolo è della mia migliore amica, lo avevi tu, vedi? Sei una bugiarda!». «Cosa..!? E’ della tua migliore amica? Clara, ascolta, la verità è che questo ciondolo è di mia figlia e tu mi devi dire come lo hai avuto, è troppo importante per me, devi ascoltarmi...». Invece nella mente di Clara ci fu un vuoto improvviso, una figlia? Ormai non ascoltava più le parole della madre. Come è possibile che avesse un’altra figlia e mio padre lo sapeva? E sua figlia era proprio la mia migliore amica? Si allontanò dalla madre senza sapere dove andare esattamente.

  Non si parlarono, non si guardarono più per giorni. L’unica cosa che al calar di quella notte fece Clara fu di restituire il ciondolo a Victoria, stringerle la mano e dirle «Tu sei mia sorella».

 

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Capitolo

pagina

Tutto in uno sguardo

4

Corus meus

7

Un abbandono

21

 

>> Giudizi su Mischineddus   Pag. 25

>> Analisi tematica e strutturale del romanzo Mischinéddus

 

 





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