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Corus meus

CORUS MEUS

Anno: 1609

Protagonista: Maria Anna, Juan Andreu, pag. 268*

Dida: Pintus Antioga, Villanova

 

Elena Basciu, Roberta Bertacche

Elisabetta Costa, Alessandra Piras

Alessandra Pisu

 

*il numero della pagina fa riferimento all’appendice contenuta in Mischineddus.

 

 

Non pensavo che questa storia potesse avere un lieto fine, visto come era iniziata, con un abbandono, il più terribile. Penso spesso al giorno in cui quelle creature entrarono a far parte della mia vita. Una giornata molto lontana ma che ricordo come se fosse ieri. Ho intenzione di raccontarvi ogni dettaglio, sperando di non annoiarvi.

 

 

Era una calda mattinata d’estate del 1609 e, per la prima volta dopo diversi giorni, mi recai al mercato di Cagliari. Ero molto provata nel corpo ma soprattutto nello spirito, al punto da non riuscire a godere come al solito dei meravigliosi colori della città. Prima di rientrare alla mia fattoria di Villanova, poiché mi aspettava un tragitto piuttosto lungo e faticoso, decisi di fermarmi a riposare sotto un albero. La mia attenzione fu catturata da una donna che passeggiava con un bambino. In quel momento riaffiorarono alla mia memoria le immagini bellissime e strazianti del mio piccolo che il Signore aveva chiamato a sé pochi giorni prima. Mi persi in quei ricordi, per la prima volta non cercai di ricacciarli. All’improvviso mi accorsi che la mia spesa era sparita: un cane si stava allontanando con il mio pranzo in bocca. «Maledetto! -dissi- Il pesce mi hai fregato!». Lo rincorsi fino a quando non sentii un pianto provenire al di là di un muro. Pensai che fosse frutto della mia immaginazione, ma mi sbagliavo! Il lamento non cessava, allora andai a controllare. Un piccolo fagotto giaceva sulla ruota dell’Ospedale del Sant’Antonio. «Un altro bambino! Povera creatura!» esclamò una voce maschile alle mie spalle. Era Fra’ Martino, un religioso che si occupava dei “trovatelli”. Prese il fagotto e si diresse verso l’interno dell’ospedale. «Aspettate!» urlai, ma il frate era troppo distante per potermi sentire. Lo raggiunsi e mi accorsi che aveva il volto preoccupato: mi spiegò che la dida dell’ospedale aveva la febbre da due giorni e non avrebbe potuto aiutare quel bambino. Con slancio mi offrii di fare da dida alla creatura che, scoprimmo, era una bambina e venne registrata col nome di Maria Anna. Firmai i documenti e mi sedetti per allattarla. Fui presa da una grande dolcezza, per la prima volta dopo settimane mi sentivo viva. «Oh, Maria Anna, quanto sei bella! Doveva essere proprio disperata tua madre per rinunciare a vederti crescere...». Quando abbassai lo sguardo vidi una manina con una voglia a forma di mezzaluna sul polso che si aggrappava alla mia gonna. Fu amore a prima vista: era un tenero bambino dagli occhi neri come il carbone e in lui notai subito una forte somiglianza con il mio angelo. Domandai al Frate come si chiamasse. Seppi che il suo nome era Juan Andreu, aveva poco più di un anno ed era stato lasciato da poco al Sant’Antonio. La manina continuava a giocare con la mia gonna, gli occhi scuri, dolcissimi, continuavano a cercare i miei ed io, presa da un impulso irresistibile, chiesi al frate se potevo tenerlo con me. Fra’ Martino accettò: era molto contento di aver sistemato i due trovatelli, di aver preso due piccioni con una fava, come disse. Quella notte mi fermai a dormire all’ospedale poiché era troppo tardi per intraprendere il lungo viaggio di ritorno. La mattina seguente mi svegliai all’alba e, ringraziato il frate, tornai alla mia fattoria. Mio marito, Josef, fu emozionato alla vista dei due bambini. «Vi amerò con tutto il mio cuore, ve lo prometto!» esclamò e li abbracciò.

Passarono mesi, anni, e li vedevo crescere serenamente. Maria Anna, che avevo tenuto con me, era diventata una bellissima ragazza dai capelli ricci rossi e dagli occhi verdi come i prati in primavera, le sue guance erano punteggiate da tante lentiggini. Era tranquilla e diligente, un’ottima aiutante per me che lavoravo nella fattoria di famiglia. Juan era moro e i suoi occhi esprimevano tanto bisogno d’affetto. Aveva un grande senso di responsabilità e per questo motivo Josef decise ben presto di affidargli le pecore. Mostrava inoltre una particolare abilità nel costruire statuette di legno. Era molto protettivo nei confronti della sorella, come quella volta in cui la mandai a mungere le mucche e incontrò alcuni amici pastori di Juan..

«Castia chini c’esti, conch’e karota!» disse Demetrio, il più grande del gruppo. «Conch’e karota! Conch’e karota! Conch’e karota!» dissero in coro gli altri ragazzi.

La povera Maria iniziò a piangere, mentre continuava ad essere derisa per il suo insolito colore di capelli. Juan non rimase a guardare, con un impeto d’ira aggredì Demetrio e dopo una violenta colluttazione finirono entrambi dentro una mangiatoia per i maiali. Dopo quel buffo epilogo i giovani, rendendosi conto di aver esagerato, porsero le loro scuse a Maria.

Questo è uno dei tanti momenti in cui Juan dimostrò di voler molto bene alla sorella. Ad un certo punto della loro vita, però, le loro strade si divisero. Il ragazzo, spinto dalla voglia di esplorare nuovi mondi, all’età di diciassette anni partì in cerca di fortuna. Maria Anna, invece, a sedici anni, fu assunta come tata da una dama francese che per un po’ di tempo aveva vissuto a Cagliari e la seguì a Parigi. L’avreste mai detto? Ora vi racconto come successe. Un giorno la ragazza, che diventava sempre più bella, mentre si recava al mercato, soccorse un vecchio signore molto agitato che parlava in una strana lingua; sembrava aver perso l’orientamento e Maria Anna cercò di rassicurarlo parlandogli con dolcezza. Lo fece sedere all’ombra su un muretto, gli diede da bere dalla sua brocca. Nel frattempo si guardava intorno, sperando di vedere qualcuno che cercasse quel poveretto. Non se la sentiva di lasciarlo solo e si rassegnò ad aspettare. Dopo più di un’ora arrivò una dama accompagnata dalla servitù. Con un accento strano ringraziò Maria Anna per aver soccorso l’anziano padre che, disse, ormai non ragionava più bene. La ragazza era intimidita, non aveva mai visto una signora vestita e pettinata in modo così elegante. La dama si presentò: si chiamava Joséphine Pinard, era francese e si trovava in Sardegna con la famiglia per un breve soggiorno. Propose di ricompensarla ma la giovane rispose che non aveva fatto nulla di eccezionale per meritarlo. La donna vide in Maria una ragazza ricca di risorse e molto generosa e pensò che poteva essere una tata perfetta per la sua bambina più piccola; le propose quindi di trasferirsi da lei. Maria Anna si prese un po’ di tempo per riflettere, non voleva abbandonare la sua famiglia. Si consultò con me e con Josef e noi, anche se ciò ci causava un grande dolore, le demmo la nostra benedizione.

Nella casa in cui andò a vivere Maria, a Parigi, abitavano il marito e i tre figli di Joséphine, Laura di cinque anni, Michelle di sedici anni e François di vent’anni e l’insopportabile governante, Ursula, originaria dell’Italia settentrionale. Quest’ultima era infastidita dalla presenza di Maria e pensava che non fosse all’altezza per svolgere un lavoro simile in una famiglia così prestigiosa. Joséphine, invece, era molto legata alla giovane e col passare del tempo cominciò a considerarla come una figlia. Laura, Michelle e Maria diventarono grandi amiche, si coalizzarono contro Ursula che era veramente insopportabile e le fecero numerosi dispetti poiché si divertivano a farla adirare. Un giorno che Joséphine aspettava un ospite molto importante, un avvocato che doveva redigere il suo testamento, alla piccola Laura venne la geniale idea di mettere un grosso rospo nella teiera che Ursula avrebbe usato per servire l’ospite tanto atteso. La governante, non appena si accorse di questa marachella, cercò di rimediare ma ormai era troppo tardi: il rospo era finito sulla testa dell’avvocato... Mortificata si sbilanciò per levarglielo di dosso, ma urtò la teiera che finì sui pantaloni del povero signore. Un altro buffo scherzo che le ragazze fecero ad Ursula fu quello di farle lo sgambetto mentre scendeva le scale tenendo tra le braccia una pila di libri. La donna rotolò sui gradini, seguita dai libri che le finirono addosso. Ursula apparve particolarmente infastidita dalle risate di François, il figlio di Joséphine. «Ursula, te l’ho sempre detto che queste scale le ceri troppo!» esclamò il ragazzo, facendo l’occhiolino a Maria. Dopo questo episodio, Ursula perse la pazienza e decise di vendicarsi. Pensò che la cosa più giusta da fare per cercare di sbarazzarsi della ragazza fosse quella di metterla in cattiva luce agli occhi della padrona: entrò nella camera di Joséphine e prese la collana più preziosa. Quando la dama si accorse della scomparsa del gioiello, chiese a tutti se l’avessero visto. «Madame, si tratta sicuramente di un furto! Pensi un po’, in passato non è mai successo nulla del genere. Secondo me è stata Maria Anna» disse Ursula. Joséphine, credendo alle parole di Ursula, parlò con Maria Anna che, profondamente offesa, si rifugiò nel sottoscala in lacrime. François, sentiti dei singhiozzi, si avvicinò alla giovane e, ascoltata la sua versione dei fatti, si convinse della sua innocenza. Joséphine era molto confusa e decise di far rimanere Maria in camera sua fino al ritrovamento della collana. Dopo vari giorni François andò a far visita alla povera ragazza e cercò di consolarla.

«Sono perseguitata dalla sfortuna! Pensavo che, dopo l’abbandono della mia vera madre, la vita per me potesse essere felice, visto l’amore che mi ha dato la mia dida. Ora invece sono certa del contrario! Ho sbagliato a lasciare la mia famiglia e la mia terra!».

«Io sì.. Io mi fido di te! Sei una ragazza speciale, in grado di far sorridere le persone quando ti vedono. Sei così bella e generosa e io sento... sento di amarti.» Si guardarono intensamente per qualche secondo. Il suo viso si avvicinò a quello di Maria Anna e quando le loro labbra si toccarono, lei ebbe la sensazione di svenire. Ma quel momento magico fu interrotto da qualcuno che bussò alla porta: era Ursula. François si nascose nell’armadio prima che la donna entrasse nella stanza. Era venuta per dire a Maria Anna che Joséphine gradiva la sua presenza a cena. La ragazza uscì dalla stanza mentre Ursula rimase lì. Il ragazzo da uno spiraglio assistette ad una scena sconvolgente: la donna che nascondeva la collana della madre sotto il cuscino della ragazza! «Eh no, questo è troppo! Ursula! Ho sempre saputo che fossi una donna cattiva, ma non fino a questo punto! Vediamo cosa ne pensa la mamma!». François trascinò Ursula nella sala da pranzo e raccontò alla madre l’accaduto. Joséphine, amareggiata di fronte al tradimento di una donna che era stata al suo servizio per tanti anni, la licenziò. Dal quel momento in poi le cose per Maria Anna andarono per il verso giusto. All’età di venticinque anni si sposò con François, ormai ventinovenne, da cui ebbe due bellissimi gemelli: Andrea e Céline.

Mentre Maria Anna viveva una vita agiata, il fratello Juan Andreu aveva visitato molte città italiane, spagnole e francesi. Era diventato un mercante ma anche un artista perché continuava a scolpire le sue statue di legno. A Firenze si innamorò di Manuela, una bellissima ragazza che però dopo due anni lo lasciò, non sentendosela di seguirlo nei suoi viaggi. Juan Andreu, profondamente deluso, dopo di lei non ebbe più nessuna ragazza e si dedicò completamente al lavoro. Quando arrivò a Parigi, pensò che fosse la città più affascinante che avesse mai visto. Il ragazzo era soddisfatto perché i francesi sembravano apprezzare molto le sue creazioni e gli affari andavano bene. Un giorno d’autunno si avvicinò alla sua bancarella una ragazza dai capelli rossi dall’aria familiare. Indossava un elegante abito verde con una mantella nera e teneva lo sguardo fisso su una statuetta che rappresentava due bambini presi per mano. Quando Juan gliela porse, la manica della sua camicia bianca si sollevò, lasciando scoperta la sua voglia a mezzaluna. Non appena la fanciulla la vide trattenne la mano del giovane e alzò di scatto la testa, mostrando per la prima volta il suo volto. Si guardarono negli occhi e Juan capì subito che la misteriosa ragazza era la sua amata sorella Maria Anna. Lei lo raggiunse dietro il bancone e lo abbracciò forte. Dopo aver ritirato la merce i due fratelli si incamminarono verso la Senna e chiacchierarono a lungo. Maria gli raccontò degli anni trascorsi a casa della dama, delle sue splendide figlie Laura e Michelle, dell’insopportabile Ursula, del suo matrimonio con François ed infine di Andrea e Céline. Al calar della sera si recarono alla villa Pinard e Maria presentò alla famiglia suo fratello, il quale venne accolto con grande affetto. Dopo qualche mese i due fratelli decisero di tornare in Sardegna da me, la loro vecchia dida.

Maria mi presentò suo marito e le sue creature. Mi raccontarono di tutte le avventure vissute in quegli anni in cui eravamo stati lontani e, successivamente, rivelai ai miei figli la malattia che mi aveva colpito poco dopo la loro partenza. Juan, stanco dei suoi viaggi, decise di restare con me, mentre Maria Anna tornò a Parigi insieme alla sua famiglia. Ancora oggi sono circondata dall’affetto delle persone a me più care, Juan Andreu e mio marito, che mi riempiono di attenzioni. Maria Anna, quando può, mi fa visita e posso godermi i miei bellissimi nipoti.

Ringrazio costantemente il Signore di avermi dato due figli cari come voi. È incredibile quanto mi abbiate cambiato la vita e ridato la voglia di vivere, vi amo immensamente corus meus.

 

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Capitolo

pagina

Tutto in uno sguardo

4

Sorelle 

14

Un abbandono

21

 

>> Giudizi su Mischineddus   Pag. 25

 >> Analisi tematica e strutturale del romanzo Mischinéddus





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