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Cultura  / Storie, racconti, poesie

Tutto in uno sguardo

TUTTO IN UNO SGUARDO

Anno: 1594

Protagonista: Catelina, pag.239*

Dida: Puddo Bacha Antona, Quartu S.E.

 

Giulio Campus, Maura Carta

Gianluca Orrù, Alessandro Pilia

Antonio Vidili

 

*il numero della pagina fa riferimento all’appendice contenuta in Mischineddus.

 

  Era una gelida notte d’inverno, ma non una qualunque, era la notte della vigilia di Natale e come mia consuetudine mi recai in chiesa per la messa di mezzanotte. Quando uscii dalla chiesa vidi vicino al portone una bambina molto impaurita che tremava a causa del freddo, ma nonostante ciò i suoi occhi azzurri brillavano, emanavano una luce particolare, la luce di qualcuno che non vuole arrendersi, che ha ancora tanta speranza nella vita che sino ad allora le ha regalato solo momenti tristi. Quando i nostri sguardi si incrociarono, provai tante emozioni, che fecero riaffiorare in me una moltitudine di ricordi sulla mia vita da mischinedda.

  Era l’anno 1594, quando fui presa al Sant’Antonio dalla dida Puddo Bacha Antonia. Antonia era una donna alta dalla corporatura esile, aveva dei lunghi capelli neri raccolti in una crocchia dietro la nuca, dalle rughe che le solcavano il viso traspariva la fatica del duro lavoro svolto nei campi, ma nonostante il suo aspetto gracile era una donna forte e combattiva. Quel giorno era particolarmente freddo, il vento gelido s’infiltrava dalla vecchia finestra di fronte a me, e anch’io proprio come la bimba che avevo appena visto, tremavo. Ma quando Antonia mi prese in braccio per la prima volta, il calore delle sue mani riscaldò il mio animo e il mio corpicino. Mi ricordo ancora oggi l’espressione di Antonia mentre mi allattava, era felice e nel suo volto vidi il primo sorriso della mia vita, mentre pronunciava il mio nome: Catelina. La dida rimase colpita dalla mia bellezza, avevo un viso delicato dall’espressione angelica, due grandi occhi vispi, di colore azzurro come il cielo, tanti capelli biondi simili alle spighe di grano baciate dal sole.

La dida decise di portarmi con sé, nella sua umile casa a Quartu Sant’Elena. Il viaggio fu lungo e faticoso per Antonia, la quale non avendo alcun mezzo di trasporto dovette tornare a piedi con me in braccio. La vita con lei fu dura, piena di sacrifici ma ricca di amore.

 

  Dopo tanti anni di duro lavoro nei campi Antonia riuscì a realizzare il suo sogno: aprire una piccola bottega. Pur essendo piccola era una drogheria ben assortita, e da subito iniziai a lavorarci anch’io. Da quel momento la nostra vita cambiò, in quanto questo lavoro era meno faticoso e ci permetteva di vivere dignitosamente. Nonostante la povertà di quel periodo la nostra attività andava bene e per questo avevamo bisogno di qualcuno che ci aiutasse nelle consegne. Così decidemmo di mettere un foglietto sulla porta con su scritto: cercasi garzone. Dopo qualche giorno si presentarono diversi ragazzi ma sia io che la dida (soprattutto io) rimanemmo colpite da un ragazzo di nome Giovanni. Era giovanissimo, aveva solo sedici anni, era alto e snello, aveva i capelli neri come la pece e due occhioni verdi che sembravano smeraldi. Era un gran lavoratore, apparteneva ad una famiglia semplice e viveva insieme ai genitori nelle campagne di Soleminis. Mi innamorai di Giovanni appena lo vidi e non feci molta fatica per farglielo capire. Dopo un breve periodo di frequentazione ci fidanzammo ufficialmente. Dopo qualche anno consacrammo il nostro amore con il sacramento del matrimonio. Per il viaggio di nozze scegliemmo come meta Torino, furono dei giorni felici e spensierati. Ma una mattina mi svegliai con un brutto presentimento che mi richiamava verso casa e così decidemmo di interrompere la luna di miele. I fatti confermarono il mio presagio, la dida stava molto male e arrivammo giusto in tempo per darle l’ultimo saluto. A Quartu non avevamo più affetti e per questo decidemmo di chiudere la bottega, per trasferirci a Soleminis e vivere insieme dai genitori di Giovanni.

Trascorsi dei bellissimi giorni con Giovanni e i suoi genitori, che mi circondarono d’affetto, ma ben presto la mia felicità svanì. Una sera, mentre ci recavamo ad una festa a Quartu con un carro, si scatenò un fortissimo temporale e un fulmine fece imbizzarrire i cavalli. Il carro si rovesciò, fummo scaraventati al suolo e cadendo Giovanni batté la testa: morì sul colpo. Io non mi feci niente di grave, solo qualche graffio. Le mie urla di disperazione attirarono l’attenzione di alcuni passanti che mi offrirono aiuto e mi riportarono a Soleminis. L’amore dei genitori di Giovanni e la fede mi aiutarono a superare il dolore. Non riuscii più ad innamorarmi, ma in quella famiglia vissi serenamente perché mi consideravano come una famiglia. Mentre ero immersa nei miei ricordi, la bambina che si trovava davanti a me attirò la mia attenzione, pronunciando queste parole:”Portami con te, almeno per oggi”.

 

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Capitolo

pagina

Corus meus

7

Sorelle 

14

Un abbandono

21

 

>> Giudizi su Mischineddus   Pag. 25

>> Analisi tematica e strutturale del romanzo Mischinéddus





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