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Cultura  / Letteratura

La "Grande Guerra" nella letteratura

La "Grande Guerra" determinò una svolta decisiva sotto diversi aspetti. Essa rappresentò una rivoluzione sia nel modo di combattere , sia per quanto riguarda gli strumenti utilizzati. Fecero la loro comparsa sui campi di battaglia e nelle trincee delle nuove armi, più letali ed efficaci di quelle impiegate precedentemente, sviluppate grazie alle ultime innovazioni nel settore scientifico e industriale. Inoltre fu una guerra totale, che non coinvolse soltanto gli eserciti al fronte, ma anche il resto della società di ogni singola nazione. Quest’ultimo aspetto deve essere tenuto in grande considerazione nella lettura delle opere dei poeti e letterati dell’epoca, la cui ispirazione è tratta proprio da questo clima conflittuale. La descrizione della guerra è influenzata dal punto di vista dell’autore: un poeta-soldato come Ungaretti non può avere la stessa opinione di Marinetti, che considera la guerra "sola igiene del mondo" ("Manifesto del futurismo", "Le Figaro", 1909). Gli orrori della guerra sono dipinti con violenza espressionista, specialmente nei versi di Ungaretti: la "bocca digrignata" ("Veglia", Giuseppe Ungaretti, 1915) del cadavere di un soldato e le case di cui "non è rimasto che qualche brandello di muro" ("San Martino Del Carso", Giuseppe Ungaretti, 1916) sono simboli della violenza inaudita che la Grande Guerra impresse nella memoria del poeta. Alla posizione di Ungaretti, chiaramente contro la guerra, si oppone quella di altri letterati che, come Marinetti, la consideravano giustificabile. Le opinioni di questi ultimi sono estremiste, al limite della follia. Emblematica quella di Papini, che definisce la guerra "un’operazione maltusiana. C’è un di troppo di qua e un di troppo di là che si premono. La guerra rimette in pari le partite. Fa il vuoto perché si respiri meglio." (Giovanni Papini, "Amiamo la guerra", in "Lacerba", II, 20, 1914). Il passo riprende la teoria di Marinetti enunciata nel "Manifesto del futurismo" e in esso lo scrittore, interventista, esalta la guerra, definendola necessaria per preservare la qualità di vita di coloro che sopravvivranno ad essa, e apostrofando i caduti come persone non degne di nota, inutili per la società. E’ importante sottolineare che questa è l’opinione della cosiddetta "nazione che stava a casa", ovvero coloro che non erano stati al fronte e che della guerra avevano solo un’idea astratta e influenzata dalle ideologie, in particolare quella nazionalista, e dal clima politico dell’epoca. Il poeta e soldato inglese Siegfried Sassoon si scagliò con forza contro questa parte della società attraverso una protesta scritta che indirizzò a un ufficiale: " […] credo anche di poter aiutare a distruggere l’insensibile compiacimento con cui la maggior parte di coloro che sono a casa apprezzano il susseguirsi di agonia che non condividono, e non hanno abbastanza immaginazione per rendersi conto di essa." ("Statement to Commanding Officer", Siegfried Sassoon, 1917).

 

L’inutilità della guerra è sottolineata da Renato Serra in una sua importante riflessione: "Sempre lo stesso ritornello: la guerra non cambia niente. Non migliora, non redime, non cancella. Non fa miracoli. Non paga i debiti, non lava i peccati. […] Che cosa è che cambierà su questa terra stanca, dopo che avrà bevuto il sangue di tanta strage: quando i morti e i feriti, i torturati e gli abbandonati dormiranno insieme sotto le zolle, e l’erba sopra sarà tenera lucida nuova, piena di silenzio e di lusso al sole della primavera che è sempre la stessa?" (Renato Serra, "Esame di coscienza di un letterato", in "La voce", 30/04/1915). A che scopo, dunque, continuare un massacro che non porterà a niente di nuovo e che non si sia già visto nella storia? Questo interrogativo è proposto da Serra con un tono quasi di rassegnazione, dal momento che l’uomo continua a usare le armi, senza imparare dai propri errori, "in un mondo che non conosce più la grazia" e in cui la pietà, schiacciata dalle suole strilla: "Ah, lasciatemi, lasciatemi, lasciatemi!".

 

Christian Sarritzu

 

 

 





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