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La "Grande guerra":esaltazione nazionale o umanità?

La “Grande guerra”: esaltazione nazionale o umanità?

Correva l’anno 1914, un evento di portata epocale sconvolse le vite di milioni di donne, uomini e bambini, cambiando per sempre la loro sorte e il loro destino. Questo evento è la “Grande guerra”.
La Prima guerra mondiale, nota anche con il nome di “Grande guerra”, scoppiò tra luglio e agosto del 1914, in seguito all’attentato di Sarajevo, nel quale venne assassinato l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, erede al trono dell’Austria.
L’omicidio, commesso da un nazionalista serbo, Gavrilo Princip, provocò una serie di reazioni a catena, che videro in poco tempo schierarsi e mobilitarsi gli eserciti dei due schieramenti, la “Triplice Alleanza” (Italia, Austria, Germania) e la “Triplice Intesa” (Gran Bretagna, Francia e Russia). Solo l’Italia rimase inizialmente neutrale, entrando poi in guerra nel 1915, il 24 maggio, a fianco dell’Intesa, allettata dalla promessa di nuovi territori. Dietro lo scoppio della Prima Guerra Mondiale ci sono numerose cause. Tra queste forse la più importante è la crescita costante del nazionalismo.
L’esaltazione dell’orgoglio nazionale portò ogni Paese a cercare nella guerra la supremazia, internazionale e non soltanto la vittoria, ma il totale annientamento del nemico. Gli uomini non erano semplici soldati, che combattevano per il loro Paese, ma erano portatori e rappresentanti di un’ideologia sbagliata e pericolosa, che bisognava sradicare con ogni mezzo possibile.
All’interno di ogni Stato coinvolto nel conflitto, l’opinione pubblica si divise in due schieramenti; da un lato gli interventisti, che ritenevano la partecipazione alla guerra un onore e un dovere; dall’altro i neutralisti, convinti che le controversie internazionali sarebbero potute essere risolte anche con l’uso della diplomazia. Questa divisione interna non coinvolse solo i semplici cittadini, ma interessò anche e soprattutto i poeti e i letterati. Nel mondo letterario il fronte degli interventisti era rappresentato da personalità come Filippo Tommaso Marinetti o Gabriele D’Annunzio. Questi personaggi utilizzarono gli strumenti in loro possesso per esaltare le componenti nazionalistiche dello Stato e per diffondere tra l’opinione pubblica un ideale teso in qualche modo a “glorificare la guerra [come] sola igiene del mondo” (Manifesto del Futurismo, “Le Figaro”, 1909), quindi come unico mezzo capace di ripulire il pianeta dalla feccia umana che lo occupava senza diritto. La guerra era vista da alcuni letterati come una necessità. Questa diveniva sia l’unico strumento possibile di affermazione della propria identità nazionale e personale, sia “un’operazione malthusiana, [che] [...] fa il vuoto affinché si respiri meglio. Lascia [infatti] meno bocche intorno alla stessa tavola. E leva di torno un’infinità di uomini che vivevano perché erano nati” (Giovanni Papini, “Amiamo la guerra” in “Lacerba” II, 20, 1914).
Se da un lato erano presenti letterati e poeti interventisti, per i quali dall’uccisione dei soldati degli eserciti nemici derivava un forte “senso di purificazione, di liberazione e immane speranza” (Thomas Mann, “Pensieri di guerra”, novembre 1914, in “Scritti storici e politici”, trad. it. Milano, 1957), dall’altro si schieravano i poeti e gli intellettuali neutralisti e pacifisti, per i quali la morte di un uomo non era un passo in più verso la vittoria nazionale, ma una sconfitta per tutta l’umanità. All’esaltazione dello spirito guerriero subentra qui un forte senso di indifferenza verso i miti di forza e potere che la guerra porta con sé; infatti questa è vista come un semplice “fatto, come tanti altri a questo mondo” (Renato Serra, “Esame di coscienza di un letterato”, in “La Voce” 30/04/1915), che porta solo morte e distruzione. La letteratura diviene un’arma attraverso cui gridare il proprio dolore e il proprio dissenso per la guerra. Per questi intellettuali il primo conflitto mondiale è inutile, come inutile è la morte di così tante persone, per l’affermazione di ideali ottusi e la conquista di qualche palmo di terra.
La guerra è solo un mostro, che strazia i corpi e le anime, dilaniando con la sua ferocia le membra di giovani corpi inermi. Alla propaganda interventista si oppongono testimonianze in cui la guerra viene rappresentata in tutta la sua violenza e brutalità, in cui il compagno d’armi che il giorno prima era lì accanto, in attesa che la battaglia finisse e che il conflitto si risolvesse, per poter tornare a casa e riabbracciare finalmente i suoi figli e i suoi familiari, ora giace in quello stesso luogo, “massacrato, con la sua bocca digrignata volta al plenilunio” (Giuseppe Ungaretti, “Veglia”, 23/12/1915). In guerra i miti, le speranze e i sogni sono infranti e spezzati, come le vite di milioni di giovani; delle case non resta che “qualche brandello di muro” (G. Ungaretti, “San Martino del Carso”, 27/08/1916) e i paesi al risveglio dall’incubo della guerra si ritrovano distrutti e sconvolti. La devastazione non è solo materiale, ma “il [...] cuore è il paese più straziato” (G. Ungaretti, “San Martino del Carso”, 27/08/1916).
 
Emanuela Piseddu VD
 
 
 





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